VIA DETASSIS-GIORDANI – 2° parte

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Verso l’attacco

E fu sera e fu mattina
Genesi 1,1

V. La mattina mi sveglio assonnata ma sentendomi bene: sono consapevole di non avere ancora per niente l’idea di quello che andiamo a fare… beata innocenza!

M. Quando suona la sveglia la prima sensazione è che sto alla grande: l’ansia mi ha caricato come una molla, sento forte che ce la faremo!

Cominciamo a ragionare per piccoli obiettivi: ora pensiamo alla colazione, poi all’avvicinamento, poi all’attacco, ecc. Sappiamo che ognuno di questi step lo abbiamo preparato bene, significa che possiamo affrontare anche gli imprevisti, che ovviamente non si fanno attendere…

M. «Ma dove ho messo il cellulare?? Nooo! L’ho dimenticato in macchina!! M***a, sopra avevo le foto della parete con tutto il tracciato. Bè vabbè sai che ti dico? Che una volta gli alpinisti mica giravano con le foto, faremo alla vecchia maniera, e poi qui il cellulare neanche prende, tutto peso in meno».

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All’attacco

V. «Ma la relazione di Orme Verticali?!». Quando all’attacco mi rendo conto che la sera prima non avevamo messo nello zaino la relazione giusta la mia volontà si accascia… come faremo a trovare la via tra quell’intrico di placche e cenge? Mi avvilisco per un attimo.

M. «Come cavolo abbiamo fatto a sbagliare relazione?! Vabbè che abbiamo quest’altra… ma vuoi mettere la precisione di Orme Verticali?». Per un momento penso che forse dovremmo ritirarci…
«Bè senti… anche questa è una relazione, vedrai che in qualche modo ci porta fuori». Partiamo. E alla prima sosta, giusto all’inizio del labirinto ho l’illuminazione: «Ieri sera ho fotografato lo schizzo di Orme Verticali con la macchina fotografica! Yeeeesss, sono un mito!!!».

V. Appena Mariana si ricorda della foto fatta sento che ci siamo! È un buonissimo segno!

Dopo improbabili acrobazie per non ammazzarci infilandoci le scarpette tra il nevaio e la parete, Valentina parte e raggiunge velocemente la prima sosta. Da questo punto comincia la prima delle tre sezioni in cui abbiamo suddiviso la via, la cui caratteristica è la difficoltà di orientamento. Guardiamo lo schizzo e poi scrutiamo in alto provando a ipotizzare una linea su quello che della parete riusciamo a scorgere. Valentina parte e dopo circa 20 metri si ferma, tentenna.

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Le placche della prima sezione. Foto di Gabriele Canu – http://www.gapclimb.it

 

V. Non capisco, dicono di passare a sinistra di un tettino e poi di arrampicare su una placca di V… zio billy mi sembra di aver già fatto una parte duretta, ma non può esser questa, non mi tornano i metri sopra di me, parecchio su vedo un chiodo, ma cavoli l’è bela dura lì! Vado a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra… basta, sto perdendo una marea di tempo. Qui c’è un chiodo, sosto qui! E usiamolo ‘sto martello…

M. Quando sento il chiodo cantare penso: “Che ganza la Vale!!”, anche se forse avrei dovuto pensare qualcosa come “Siamo solo al terzo tiro e siamo già nella m***a!”. E infatti comincio a pensare anche a una maniera per uscirne fuori… la cosa più auspicabile sarebbe trovare la sosta vera, e magari poi calarci pure e porre fine a questa pazzia!
Mi sento recuperare e salendo mi inchiodo sul passo che Valentina aveva trovato duro, «Alla faccia del V Vale!», istintivamente comincio a cercare il facile,  ravano e mi arrabatto, mi sposto tutta a destra dove trovo una clessidra e poco sopra un chiodo rosso: due protezioni in 3 metri, “il duro era questo…” penso. Poi c’è una cengia, la stessa sulla quale Valentina ha sostato, mi faccio dare corda e la percorro verso destra, «Vale par mi l’è pasà de chi Detassis…!», un altro chiodo! Non può essere un caso, vado ancora avanti e… la sosta!!!

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Traversi

Ci ritroviamo entrambe appese a due chiodi, abbiamo perso tempo prezioso e le difficoltà si sono palesate per benino… dovremmo calarci? Ma abbiamo ritrovato la sosta… nessuna dice niente e ci passiamo il materiale. Decidiamo silenziosamente di darci un’altra chance.

M. Vedo Valentina provata, concordiamo allora che i prossimi tiri li farò io, mi sento in forma, soprattutto di testa. Sento che ci sto credendo davvero e questo mi dà una forza pazzesca.

Ripartiamo con i “sensi sensibilissimi”, se così si può dire, cioè siamo iperconcentrate nel trovare il percorso corretto. E un po’ per fortuna un po’ perché quasi dieci anni di ravanamenti conteranno pur qualcosa ci ritroviamo alla fine della prima sezione della via.  I tiri difficili per l’orientamento ce li siamo lasciati alle spalle e ce lo dichiariamo trionfanti. Ci fermiamo allora per mangiare e bere qualcosa.

Poi continuiamo cariche verso il prossimo piccolo obiettivo: la sezione dei tiri di VI. Ormai la ritirata non è più contemplabile, per una semplice questione logistica: abbiamo zigzagato ormai troppo.
Siamo nel cuore della via, e già da un po’ siamo entrate in una dimensione parallela, non abbiamo più la cognizione del tempo reale, e preferiamo non controllare l’ora, non vogliamo ulteriori ansie. Le uniche lancette che sentiamo sono dentro di noi: sono le  sensazioni a scandire la giornata.

M. La sezione di VI tocca tutta a me, e mi sento ancora bene, sia di testa che di fisico. Non ho più paura di perdermi perchè so che qui ci sarà un filo d’Arianna fatto di chiodi. Alla partenza del chiave Valentina mi chiede se voglio mangiare qualcosa, ma preferisco posticipare perché mi sento molto concentrata e non voglio che questo stato di grazia svanisca. I primi metri, quando sono ancora a tiro di voce con Valentina, addirittura riesco a scherzare sulla spasmodica ricerca del mitico “punto debole” della linea. Verso la fine invece comincio a sentire le braccia un po’ alla frutta, ma la testa è ormai un treno in corsa… via veloce in sosta! Guardando in giù vedo il percorso sulla placca nera, mi balena una certezza (sempre che ci fossero dubbi): “È evidente che Detassis ha fatto tutto in libera… è stata una scalata troppo elegante… qui non ci sono stati azzeri”. Sono gasatissima, ho fatto tutto in libera!

 

 

V. Siamo nel mezzo delle difficoltà, Mariana mi fa morire dal ridere quando sale, fa il passo duro e poi esclama spesso: «Llà, okey! Bene!», con estrema positività! È una figata, mi trasmette un’energia incredibile! Non riesco a sentirmi intimorita. Nemmeno guardando giù… quanto caspita siamo alte adesso!! E girandomi dò uno sguardo all’ambiente che ci circonda… nonostante arrivino le voci degli escursionisti quassù mi sento incredibilmente sola. Questa solitudine però non porta con sé inquietudine, ma mi rende serena.

M. Il chiave è andato! E il pendolo del prossimo tiro?! Provo a pensare all’ultimo pendolo che avevo fatto… ma meglio lasciar stare… costruisco un cantiere di manovre da far invidia a una squadra di treeclimber. 

Un minuto dopo ci ritroviamo in sosta assieme, emozionate.  Superiamo l’ultimo passaggio di VI e ci fermiamo sotto un enorme camino giallo, la sosta è comodissima, ma decidiamo di posticipare ancora la pausa, non vogliamo vedere più nemmeno un V sulla relazione e così stringiamo i denti e arriviamo sopra il caminone.
«Quando uscite dai tiri duri potete brindare!» ci aveva detto Franz, e davvero ora possiamo concederci una barretta e un po’ d’acqua perchè anche quest’altro piccolo obiettivo l’abbiamo raggiunto!

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Il caminone

Ci chiediamo se vogliamo guardare l’orologio ma siamo d’accordo di evitare di nuovo. Tuttavia entrambe siamo molto attente alla luce del sole e alle ombre che le montagne disegnano sui pascoli verso la Paganella, ci sentiamo un tutt’uno con l’ambiente che ci circonda, stiamo vivendo con lui e con il suo tempo.

Strano a dirsi… ma per tutta la giornata l’obiettivo non è stato quello di uscire dalla via, perché per portare a termine questo dovevamo prima raggiungerne altri. Ora invece il prossimo piccolo obiettivo, cioè concludere la terza sezione, coincide esattamente con il grande obiettivo di venirne fuori.

«Durante il traverso dovete salire sì, ma gradualmente! Pian piano!» ci aveva avvisato Franz. Cerchiamo di seguire questo consiglio alla lettera, attraversando per decine di metri la grande parete… queste cenge ci sembrano tutte uguali.
Gli ultimi tiri saranno anche semplici sulla carta, ma il traverso è difficile da proteggere e con roccia instabile. Ci capita di partire in conserva con in mezzo forse solo un chiodo, ma siamo tranquille perché stiamo alla grande, ma alla grande davvero!

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Arriviamo alla base del colatoio grigio, nessuna fino ad ora si è azzardata a dire che forse stiamo uscendo… ma questa è sul serio la via d’uscita, e lassù si vede il cielo azzurro! La roccia torna a essere ottima, ma così compatta da essere ancora improteggibile.

M. Impreco contro i ripetitori che in quasi 90 anni di ripetizioni non hanno piantato neanche un chiodo… ma in realtà nemmeno io lo faccio.

V. Arrampico senza nemmeno fermarmi a recuperare il materiale, lo faccio in movimento, mi sento benissimo, tranne per gli oramai insensibili piedi. Mi sembra di udire Mariana urlare qualcosa, forse “cima”?

FINE 2° PARTE, continua qui.

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