VIA DETASSIS-GIORDANI – 3° parte

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Dentro l’ultimo colatoio

ma è già l’alba e sul molo l’abbraccia una raffica di nostalgia.
E naviga, naviga via…
F. Guccini, “Cristoforo Colombo”

M. Comincio a sentirmi euforica, ma reprimo tutto, posso scoppiare solo quando sono fuori, sento che se rimango concentrata per ancora qualche passo, per ancora qualche minuto poi potrò esplodere o commuovermi o non so nemmeno io cosa… vedo il cielo, vedo che la roccia finisce, e sbuco fuori ma non mi guardo quasi attorno, voglio che ci sia anche Valentina, la recupero.

V. No, non ci voglio pensare che forse siamo in cima, devo restare concentrata e andare su, solo questo, non è ancora finita. Seguo il percorso logico, che si fa sempre più marciotto… qui mi sento a casa, è come arrampicare sulle care, dolci Piccole Dolomiti!

Valentina è ancora legata alla piastrina quando ci stringiamo in un lungo fortissimo abbraccio. Non è tanto aver fatto la Detassis, ma l’intensità di quello che abbiamo vissuto assieme, è un’intensità fatta di tanti elementi: anni di esperienza accumulata, mesi di preparazione e poi ore e poi minuti e anche secondi di concentrazione. Ci abbiamo creduto, è stata una lotta interiore intensa: saremo pronte o meno? Partire o rinunciare? Andare avanti o ritirarci? Abbiamo poi seguito dentro di noi un filo di sensazioni che lentamente, ma in maniera costante, ci hanno portato fino a qui.

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Quando cominciamo a scendere sono le 21.00 e la luce abbonda ancora, di contro stavolta davvero non abbiamo una relazione decente. Troviamo la prima doppia, e invece di farla senza ragionare troppo l’iper prudenza prende il sopravvento e ci frega («Vuoi mai che ci facciamo del male in discesa? Andiamo piano!»), sarà che siam donne ma non ci dispiace l’idea di indire un summit mondiale per disquisire (inutilmente) se sia meglio fare la doppia da 30 o da 60 metri, perdendo tempo prezioso. E ovviamente ci piace l’idea di perderne ulteriormente per sbrogliare un groviglio di asole…

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Fatto sta che quando le asole si sbrogliano è ormai buio. La relazione di cui ci dobbiamo accontentare, come anche per la via, proferisce cose a caso e vaga per le praterie, così ci affidiamo agli ometti, che dopo pochi metri però scompaiono. Saranno già andati a letto, pensiamo. Beati loro.

Intanto dal rifugio vedono le nostre frontali e si fanno sentire con dei fischi, rispondiamo solo una volta, temiamo che non capendo in maniera chiara le nostre parole si allarmino chiamando di conseguenza i soccorsi.

V. Vedo Mariana seriamente convinta di affrontare la discesa. Dopo la prima doppia e il click di accensione della frontale, nel mio animo si fa strada la certezza che la notte l’avremmo passata lì sopra. Quando lei tenta di scendere per quel canalone non resisto, le dico che dovremmo fermarci lì e lei risponde immediatamente di sì. Siamo proprio in linea… da stamattina non abbiamo perso un colpo nel confrontarci! Questione di feeling, dicono!

Cominciamo a cercare una grottina… ma alla fine ci riduciamo a dormire sull’unico punto più o meno in piano, cioè vicino a un nevaio, che praticamente è come dormire davanti a un frigorifero spalancato (vuoto però… fosse stato pieno ci avrebbe fatto comodo), tutto sommato però queste sono notti calde e con noi abbiamo anche un telo termico.
Dividiamo le barrette rimaste in cena e colazione (bè si fa per dire…), poi stendiamo le corde per farci un buon giaciglio, anche qui… si fa per dire. Intrallaziamo infatti una relazione con una decina di sassi conosciuti lì sul momento. Finita male, a lividi nella schiena e nelle anche.

Infine tiriamo su il telino termico e proviamo ad assopirci, ma prima parliamo.

M. Mi sento in colpa davvero, ora dovremmo passare la notte fuori, colpa mia che ho proposto la via e che ho trascinato Valentina in questa storia… ma lei ribatte decisa che qui siamo in due!

V. Mariana si scusa, davvero non comprendo perché: mi ha regalato la possibilità di affrontare con ottimismo e decisione un’avventura speciale come questa! Dormire sopra una di quelle montagne che tanto ho guardato da giù per mesi… ma si rende conto di quanto io possa essere felice? E poi guarda che bello!

Ha ragione, siamo proprio una squadra, ognuna ci ha messo il suo, e insieme riusciamo a trasformare un freddo e sassoso bivacco in una splendida notte passata sotto un cielo stellato che ci regala anche due stelle cadenti, una per ciascuna!

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Non dormiamo molto, talvolta ci appisoliamo, ma il più rimaniamo semisveglie, questo ci permette di godere di tutte le sfaccettature della notte: i bagliori di lampi da calore, la via lattea, le costellazioni, le nuvole che salgono coprendo la stellata per poi correre nuovamente via.

M. A un certo punto non ne posso più, sono tutta infreddolita, esco dalla posizione fetale e mi siedo. Scruto il cielo, dov’è l’Est? Suvvia stelle affrettate la vostra corsa verso Ovest! Penso ai miti greci sul sole: dai Elio con quel carro, muoviti!! Nel frattempo il telo termico è ormai mezzo rotto, gli spifferi si sono moltiplicati.

All’alba ci troviamo entrambe sedute con le gambe al calduccio sotto quello che rimane del telino. Mangiamo la barretta tenuta per la colazione e parliamo, parliamo di morosi, ex e altre faccende profonde, e non è una cosa strana… dopo un’esperienza così intensa viene naturale superare la soglia della superficialità. Siamo convinte che alle anime affini non serva molto per ritrovarsi e aprirsi con franchezza, e ne abbiamo la prova.

Poi ci alziamo e alla luce riusciamo a individuare lontano un ometto, e una dopo l’altra anche le calate. Veloci ci avviciniamo alla bocca di Brenta e alle 8.00 arriviamo in rifugio dove siamo accolte da una signora che grida: «Eccole!!!», arrivano gli altri avventori e ci tempestano di domande: «Eravate voi le ragazze?! Come state?! C’era freddo? Eravamo tutti qui a seguire le vostre frontali e fare il tifo, bravissime!!!», siamo frastornate da tanto calore, poi arriva la Sandra, la rifugista, che per poco non ci prende a sculacciate: «Mi avete fatto andare a letto con l’ansia! E io pensavo “le garà fred, fame e sete”! E Franz proprio stasera doveva andare giù a Trento per il turno in elisoccorso!! E anche el Davide nol ghera, l’è nà sul Rosa!! Altrimenti i ve vegnea encontro!!». Meglio così pensiamo noi… ci sarebbe dispiaciuto scomodarli…

V. Quando ho visto la Sandra con quello sguardo preoccupato mi sono sentita terribilmente egoista… ma come avremmo potuto fare diversamente? Il cellulare nemmeno aveva campo e alla fine noi lassù stavamo bene, e si sa che in montagna può succedere anche questo. Dopo le scuse e gli abbracci l’ho guardata di nuovo… ha capito anche lei!

Scendere dalla Cima della Brenta Alta all’afosa pianura di casa nel giro di poche ore non ci lascia il tempo di capire che è finita, che si torna alla realtà, come quando si viene interrotti nel mezzo di un sogno e ci si alza non capendo bene se quello che si è sognato è davvero accaduto o meno. La vita di tutti i giorni irrompe, si torna a lavorare subito, il corpo sa quel che deve fare, la testa… bè, rimane out per un bel po’!

Tornate a casa N. riceve risposta, ma sa già tutto, la notizia è corsa veloce. In tanti ci fanno i complimenti, e noi non capiamo, non ci sembra di aver compiuto qualcosa di speciale… abbiamo fatto solo quello che c’era da fare: scalare, crederci con tutte noi stesse e uscirne fuori… in tale semplicità ed essenza abbiamo però vissuto grandi emozioni, e ciò sì che è speciale. Questo ci rimarrà: non la parete, non il nome della via, non il grado, ma quello che lì abbiamo vissuto.

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4 pensieri su “VIA DETASSIS-GIORDANI – 3° parte

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