LA VECCHIA SIGNORA E L’ETICA DELLA FATICA

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Sull’erbosa schiena del corno d’Aquilio si apre silenziosa, altera e quasi d’improvviso una scura botola, via d’accesso privilegiata al cuore di questa Montagna. Occhio di tenebra che chiama ed irreversibilmente attira a fissarla: è la Spluga della Preta, la “Vecchia Signora”.

Per noi Speleologi è la Donna per eccellenza della Speleologia Veronese. E’ quella Femmina che tanto desideri e di cui tutti parlano fin dalle prime volte in cui impari a far scorrere un croll sulle umide corde che senti oscillare sopra la testa. E’ quella Madre che con premura ti accoglie nel suo ventre di sconfinati ed eterni pozzi. E’ quella Maestra che ti prova con le sue fessure e le sue strettoie, che ti insegna a stringere i denti per assaporare la soddisfazione della sua conquista.

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Lucia (sx) ed Erica all’entrata della Spluga della Preta

Il corno d’Aquilio è una montagna strana. E’ la Vetta dei Lessini che si innalza alla testa della Valpantena, così che da Verona risulta visibile nel lontano orizzonte da qualsiasi angolazione la si osservi. Vista da sotto appare irta, ripida e arcigna ma se si ha la pazienza di corteggiarla e salirla piano piano essa si addolcisce e i suoi pascoli diventano così morbidi e scoscesi da apparire come un giardino nel cielo. Dalla croce posta sulla sua sommità nelle giornate limpide la visuale spazia dalla dorsale del monte Pastello fino alla Pianura Padana e, quasi romanticamente inarrivabile, la catena Appenninica. Verso Ovest oltre gli strapiombi rocciosi della Val d’Adige si innalzano i fieri pinnacoli del Monte Baldo che alle volte lasciano trasparire luccicanti bagliori del Lago di Garda. A Nord l’orizzonte è saldamente occupato dalle cime trentine, mentre a Est si snoda l’Altipiano Lessinico che accompagna lo sguardo fino ad accarezzare cima Carega.

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Le malghe che fanno da Campo Base vicino alla Slpuga

E’ in questa cornice magica che inizia per gli amanti degli abissi la discesa nelle viscere della montagna. Lo scorrere lento e pesante della corda nel discensore per i 131 metri del suo primo pozzo, in cui la calda luce del sole lascia pian piano ed irreversibilmente spazio al cono luminoso emesso dal casco, non può che conciliare sentimenti di sgomento per la nullità della nostra presenza con la maestosa gratitudine di poter assistere a quello spettacolo. Quando i piedi poggiano a terra ci si rende conto di quanti altri piedi di esploratori, di sognatori, di visionari hanno tante volte calpestato quei sassi.

La Spluga è corteggiata, desiderata, supplicata da più di un secolo. I suoi esploratori uomini e donne, alcuni dei quali ho avuto la fortuna di conoscere, mi hanno sempre parlato di Lei come una Signora che si nega per anni ma che alle volte, all’improvviso, si concede con generosità inaspettata. “Sicuramente ha bisogno, come noi del resto, di sentirsi apprezzata e desiderata, di essere conquistata con dolcezza e generosità” (Giovanni Ferrarese).

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E’ solo con pazienza, fatica e umiltà che si entra nelle simpatie della grotta, così mi hanno sempre insegnato i miei maestri. Nella speleologia non c’è spazio per individualismi e protagonismi. Trovo eccezionalmente puntuali le parole di Natalino Russo quando sostiene che: “Più volte, questa attività è stata definita grossolanamente «alpinismo all’ ingiù». Ma no, l’alpinismo non c’entra proprio niente. Con la speleologia ha in comune soltanto qualche attrezzatura. Per il resto, sono due mondi immensamente diversi: l’alpinista punta a raggiungere la vetta; lo speleologo, invece, il fondo vuole superarlo. Andare oltre una vetta non è possibile, perché la vetta è il punto più alto di una montagna, il luogo più elevato raggiungibile; ed è un punto noto. Il fondo no: è il posto più lontano che sia stato raggiunto dentro una grotta, è un limite esplorativo, e spesso lo si può superare. Il fondo non è l’opposto algebrico della vetta, come la profondità non lo è dell’altezza.”

Credo che sia proprio questo scavare dell’abisso dentro di noi mentre noi scaviamo in lui, che mi ha sempre affascinato in questa attività. Il conoscere solo ciò che noi stessi illuminiamo, il piegarci e l’abbassarsi, spesso non troppo elegantemente, per passare strettoie e meandri, il permetterci ancora di sporcarci, bagnarci, strapparci le tute ci riporta ad una dimensione di essenzialità che abbiamo ormai dimenticato e forse volutamente abbandonato. La stessa essenzialità che però non smetterà mai di costruirci e renderci forti e sicuri poiché indispensabili e dispensabili di noi stessi.

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Cara “Vecchia Signora” ti conosco da molto poco ma devo ringraziarti perché mi hai insegnato l’Etica della Fatica. Mi hai insegnato che ogni arrivo può essere un ottimo punto di partenza, che a voler fare da soli non si va certo lontano e che non si guadagna nulla a voler essere vincenti a tutti i costi. Che nel mondo c’è spazio per tutti perché in realtà siamo in grado di vedere solo ciò che illuminiamo e non la moltitudine di possibilità che l’universo ci regala e che proprio per questo dobbiamo essere sempre umili e pronti ad imparare da ogni esperienza e persona che abbiamo la fortuna di incontrare. Che il tempo può fermarsi per qualche ora lì nel tuo buio eterno e che non è per noi un nemico, una prigione da cui voler scappare ma un buon compagno da accettare e con cui camminare, crescere ed invecchiare insieme. Che i legami che si costruiscono appesi ad una corda, non importa che essa sia statica o dinamica, sono quelli che ti aiutano ad alzarti quando cadi. Che tutte le imprecazioni che ti lancio quando risalgo dai tuoi bassifondi, tutte le maledizioni che alle volte ti meriti sono in realtà un immenso ed eterno grazie per quello che mi stai, anche questa volta, insegnando.

Cara Vecchia Signora tra cunicoli, pozzi e meandri spero un giorno di arrivare ad ammirare anche il tuo tanto anelato fondo, ma ti prego non stancarti di regalarci sorprese, nuove vie, nuovi accessi. Noi pazienti e umili attenderemo, scaveremo e faticheremo nelle tue viscere perché ci hai insegnato che solo così si conquista il Cuore delle grandi Donne.

AUTRICE: Lucia Confente

Un pensiero su “LA VECCHIA SIGNORA E L’ETICA DELLA FATICA

  1. yaxara

    Oddio, un post speleo!
    Oddio, un post speleo scritto da una femmina!
    Fantastico! Condivido parola per parola!
    (Facendo speleo solo in Francia conosco la Preta grazie al documentario “L’abisso”, alla fine avete trovato l’uscita o state ancora cercando?)

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