NON DITECI «BRAVE». ECCO PERCHE’.

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PREMESSA

Qualche tempo fa abbiamo scritto il reportage di una via salita – L’Incompiuta ad Arco – in cui, tra le altre cose, abbiamo raccontato di alcuni ragazzi che vedendoci hanno commentato: «Ah, cordata femminile! Brave!».

Come nostro solito abbiamo poi condiviso il racconto anche sulla nostra pagina Facebook, dove tra i vari commenti ce n’è stato uno che ci ha stimolato particolarmente. Francesco ha scritto: “Ma cosa cacchio è che vi dà così fastidio in un complimento?

FUORI ONDA

«Ma lo conosci?»

«Sì, pensavo di rispondergli oggi pomeriggio a voce, lo vedo».

«Oppure gli rispondo io e poi glielo spieghi tu».

«O facciamo che scriviamo un articolo e lo spieghiamo a tutti? Non vorrei però scatenare una polemica inutile…»

«Di sicuro si scatena una polemica, ma non credo sia inutile»

INTRODUZIONE

Francesco, senza saperlo, ha sollevato una questione su cui spesso ci confrontiamo. E ci ha dato l’occasione per spiegare a tutti perché non amiamo sentirci dire «brave» quando veniamo beccate in cordata femminile e quando, in cordata mista, andiamo in alternata. Vi assicuriamo che succede spessissimo. È successo sull’Incompiuta, è successo una settimana prima sempre ad Arco. In Dolomiti succede quasi sempre, succede in cascata, succede in quota.

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“Secondo me una ragazza non dovrebbe fare alpinismo” – “???” – “Cioè scusa, non so come spiegarmi, volevo dire…”. Fu una lunga chiacchierata e Nicola diventò un grande amico.

Nello scialpinismo in realtà un po’ meno… forse perché, diversamente dall’alpinismo e dall’arrampicata su roccia o ghiaccio, non viene etichettato come attività estrema, nonostante spesso si sia esposti a molti più pericoli, ma magari meno percepiti. Inoltre lo scialpinismo, rispetto all’alpinismo e all’arrampicata, è un’attività praticata da un numero maggiore di persone. In generale ci sono ancora determinate attività che, percepite impropriamente come estreme, nella mentalità comune sono considerate appannaggio degli uomini.

SVOLGIMENTO

Quindi qual è il problema? Non è un complimento a dar fastidio, quelli sono sempre ben accetti, se sinceri. Infastidisce lo stupore nel vedere due ragazze in cordata, perché allude allo stereotipo della donna che ancora talvolta si respira in un certo ambiente alpinistico.

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Le donne sono viste spesso come debolucce e delicate che necessitano di una figura maschile fisicamente forte che le conduca in cima. Se sulla stessa via ci fossero stati due ragazzi nessuno avrebbe detto loro «bravi».

Il dire «brave» a una cordata femminile sottintende l’idea che in montagna le donne non siano in grado di fare tanto quanto gli uomini. Nonostante nella storia ci siano state grandi alpiniste che hanno eguagliato, se non superato gli uomini (vedi Lynn Hill con la prima salita assoluta in libera del Nose), ciò non sembra aver scalfito questo stereotipo, almeno nell’alpinismo della domenica, quello del V/VI grado per capirci. Nell’alpinismo dei dilettanti pensare che una donna non possa eguagliare un uomo nell’obiettivo di una salita è un pregiudizio profondamente radicato. Ma precisamente cosa c’è di difficile e di tanto straordinario nell’arrampicare in cordata femminile su vie o cascate di livello medio (sempre che ci si sia allenate bene)?

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A Gaeta.

La difficoltà, e forse il vero fulcro della questione, è proprio quella di uscire da uno stereotipo.

E paradosso… talvolta siamo noi stesse a rinvigorirlo! Spesso infatti, pur essendo all’altezza della salita, preferiamo affidarci a una cordata mista, con l’idea che la presenza maschile garantisca una sicurezza in più, e per obiettivi impegnativi scegliamo compagni di cordata più forti di noi. Siamo dunque proprio noi, con le nostre scelte, a fomentare lo stereotipo dell’atipicità della cordata femminile in montagna…

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“Bravo che te la sei tirata tutta eh!” – “Ah che semo nè in alternata, la g’ha tirà anca ea!!”, grazie Luca per puntualizzare e sopperire alla nostra timidezza.

Certo le differenze maschio femmina nella forza fisica sono oggettive. È inevitabile che ci sia una predisposizione diversa alla fatica e allo sforzo, che può per esempio emergere durante un lungo avvicinamento con lo zaino pesante, e che magari poi è necessario scarrozzarsi in via. Tuttavia non si capisce come mai una ragazza, arrampicando solo da seconda e “facendosi portare a spasso”, potrebbe andare avanti per anni , mentre un ragazzo, facendo ciò, passerebbe per “sfigato” (e anche questo è un pregiudizio!) e probabilmente smetterebbe di fare alpinismo.

Crediamo che, in fondo, sia un problema culturale molto più ampio, che noi viviamo in un’attività come l’alpinismo, ma che si espande anche a faccende ben più importanti (lavoro, possibilità di carriera, ecc.).

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“Posso farti una domanda? Perchè un blog di alpinismo femminile?”, grazie Federico per la tua curiosità. (foto RedClimber.it)

Ma torniamo all’espressione incriminata (achtung! Incriminiamo le parole, non le persone che la hanno dette): «Ah cordata femminile! Brave!». C’è chi obietterà che, suvvia, è solo una frase, sono solo tre parole… Inoppugnabile: sono affermazioni spesso innocenti, ma che sottilmente svelano tanto della cultura in cui viviamo. Perché la lingua e le parole rivelano quello che profondamente pensiamo.

Se in qualche modo siamo state brave, non è tanto perché abbiamo scalato l’Incompiuta – salite del genere sono solo il frutto del giusto allenamento (e neanche tanto giusto a dir la verità, considerato che ci abbiamo messo tutta la giornata) – ma semmai perché, arrampicando in cordata femminile, proviamo a uscire dallo stereotipo in cui una cultura che non ci siamo scelte ci relega, e che talvolta potrebbe anche farci comodo: non è comodo avere lo zaino più leggero perché i materiali pesanti li porta il ragazzo di turno? Non è comodo che i tiri duri se li faccia sempre lui? Affidarsi ai ragazzi, che nel nostro immaginario rappresenterebbero qualcuno più forte di noi, evita fatiche fisiche e psicologiche (e quanto è pieno l’alpinismo di queste fatiche!).

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Quiete alla fine degli esami neve del Soccorso Alpino: condividere con Filippo e Nicola questo percorso e i profondi dialoghi che lì sono nati è stato prezioso.

Personalmente ci dà molta più soddisfazione scalare magari un tranquillo IV grado, dove però all’interno della cordata ci siamo assunte in toto la responsabilità delle scelte, senza che nessuno in questo ci sostituisca. Tale atteggiamento ci dà la possibilità di vivere intensamente i nostri sogni, e forse proprio per questo le gioie più grandi le abbiamo provate condividendo le salite fra noi donne.

CONCLUSIONE

Ricordiamo con piacere due episodi capitatici in Val di Mello nella stessa giornata. Sulla via Il risveglio di Kundalini dietro di noi c’era una cordata maschile e uno dei ragazzi ci ha semplicemente detto: «È raro incontrare una cordata tutta femminile!». Ha detto la verità: è una cosa ancora rara. Poi scendendo abbiamo incontrato Jacopo Merizzi che ha aggiunto: «Che bello vedere due ragazze che scalano assieme!».

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“Che bello vedere due ragazze che scalano assieme!” – Jacopo Merizzi

Non diteci dunque «brave». Vorremmo uomini che sappiano mettersi non su un piano superiore a noi, ma al nostro fianco. Che vogliano legarsi in cordata con noi non solo per condurre, ma per condividere. E ce ne sono, ce ne sono tanti. Sono quei ragazzi coi quali condividiamo spesso le nostre salite (pensavate andassimo solo tra donne eh? Falso!).

Quelli che, quando si tratta di aspetti pratici e organizzativi, non tendono ad attribuire un peso maggiore alle proprie valutazioni poiché, forse inconsciamente, si considerano più competenti in materia (cosa che spesso accade in maniera tanto velata quanto per noi facile da cogliere).

Quelli che, nella spartizione dei materiali prima di un lungo avvicinamento, non si pongono come cavalieri di tempi andati ma, se si prendono della ferraglia in più, lo fanno nella consapevolezza dell’obbiettiva disparità a livello fisico e nell’ottica di un’economia generale in cui ci si divide il carico complessivo dell’uscita a seconda di reciproche predisposizioni, abilità, doti (per capirci un po’ come quando si fa in modo che i tiri tecnici di aderenza spettino a chi sa muoversi bene con i piedi o che quelli in fessura tocchino a chi se la cava particolarmente con gli incastri). Insomma un’ottica alla pari che ha per obiettivo la solidarietà di cordata ai fini della buona riuscita della salita, in cui entrambe le parti sfruttano al meglio le proprie risorse. I nostri compagni si sobbarcano qualche chilo in più durante gli avvicinamenti e noi – con un naturale istinto materno che spesso rinneghiamo – sopperiamo con piccole attenzioni alle loro trascuratezze.

Quelli che ci hanno spronate a metterci in gioco senza fare differenze di genere, e con i quali abbiamo costruito rapporti basati anche su queste riflessioni, da parte loro infatti è sempre arrivata, fatidica, la domanda: «Perché un blog di alpinismo femminile?». Il dialogo ha reso equo il rapporto e ha fatto sì che ci capissimo più profondamente.

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Sono pensieri scaturiti da situazioni che abbiamo vissuto e che spesso incontriamo. Si tratta di un insieme di spunti che aprono a riflessioni su un tema molto ampio e profondo, che non potevamo pretendere di esaminare o addirittura esaurire in questa sede. A nostro avviso, ci sono molti aspetti sul nostro ruolo e la nostra posizione sociale (anche, e soprattutto, al di là dell’alpinismo) su cui – in quanto donne – non ci interroghiamo abbastanza, tanto che stiamo ancora cercando una risposta. Perciò, con chi voglia dirci la sua, siamo aperte al dialogo e al confronto! Senza polemiche.

AUTRICI: J.L., A.G., M.Z., con la revisione di A.M..

4 pensieri su “NON DITECI «BRAVE». ECCO PERCHE’.

  1. Cristina Marchi

    I pregiudizi culturali sono duri a morire. Lo sono da entrambe le parti, perché poco o tanto ci sono pieghe di comodità e tornaconto che, più o meno inconsciamente, si fatica a mollare.
    Io ho vissuto questi pregiudizi negli anni ’80… al corso roccia e alle successive uscite…anche se sono riuscita a fare qualche via in cordata femminile..
    E poi in altre attività…motocicletta, deltaplano, uscite in solitaria sui monti…
    Mi piace la libertà, l’avventura, sono curiosa..
    Ma colgo ancora la diffidenza, la sfida, lo sguardo dall’alto di tanti ometti.
    A me ormai non fa più neanche fastidio, anzi sorrido.
    Penso che parlare, chiedere e rispondere sia un’ottima strada. Anche se a volte può essere irritante o stancante..
    Senza sforzarsi di “dimostrare”….
    La cosa più giusta e bella è poter fare quello che ci piace! Come dove quando e con chi ci da più piacere!
    Serenità

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  2. Marco SognatoreFallito

    Secondo me i pregiudizi nascono dai dati statistici che possono dirci le effettive abitudini e tendenze del genere umano. La “moda” ,appunto, nel senso statistico del termine ( https://it.wikipedia.org/wiki/Moda_(statistica) ).
    Poi certo esistono individui con comportamenti inusuali, ma non si può far finta che non lo siano.
    Se contate voi stesse gli alpinisti che vedete quando andate in montagna, notate che sono 50% maschi e 50% femmine? Oppure c’è una netta maggioranza di maschi?
    E’ ovvio che faccia molta più notizia l’agnello che mangia il lupo, rispetto al contrario!
    Purtroppo chi semplicemente guarda in faccia alla realtà statistica viene etichettato come il cattivone mentalmentechiuso, mentre chi fa della “discriminazione al contrario” è visto come un coraggioso reazionario molto molto figo.

    Idem in tantissimi altri campi, mica solo nell’alpinismo!

    Anch’io mi chiedo «Perché un blog di alpinismo femminile?». Il fatto di aggiungere la precisazione “femminile” sembra segnalare una celata incredulità anche da parte vostra.

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  3. Marco SognatoreFallito

    Secondo me i pregiudizi nascono dai dati statistici che possono dirci le effettive abitudini e tendenze del genere umano. La “moda” ,appunto, nel senso statistico del termine ( https://it.wikipedia.org/wiki/Moda_(statistica) ).
    Poi certo esistono individui con comportamenti inusuali, ma non si può far finta che non lo siano.
    Se contate voi stesse gli alpinisti che vedete quando andate in montagna, notate che sono 50% maschi e 50% femmine? Oppure c’è una netta maggioranza di maschi?
    E’ ovvio che faccia molta più notizia l’agnello che mangia il lupo, rispetto al contrario!
    Purtroppo chi semplicemente guarda in faccia alla realtà statistica viene etichettato come il cattivone mentalmentechiuso, mentre chi fa della “discriminazione al contrario” è visto come un coraggioso reazionario molto molto figo.

    Idem in tantissimi altri campi, mica solo nell’alpinismo!

    Anch’io mi chiedo «Perché un blog di alpinismo femminile?». Il fatto di aggiungere la precisazione “femminile” sembra segnalare una celata incredulità anche da parte vostra.

    Un’altra piccola cosa: se vedete un padre che lascia il lavoro per poter accudire meglio il neonato e 9 volte su 10 cambia lui i pannolini….. non ditegli “BRAVO”.

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