“La cura”, dal nostro punto di vista

Abbiamo dato seguito a questo articolo del blog dei RampegoniLa Cura, di Saverio d’Eredità:

Qualche volta la meta è un dettaglio e nemmeno troppo importante. Perché ci sono giorni in cui il prestigio di una salita non conta. Non conta la qualità della neve, la tecnica o la pendenza, l’essere primi o essere ultimi. Ci sono giorni diversi.

E’ tutto un complesso di cose” come cantava Paolo Conte.

Perchè qualche volta dipende da tutt’altro. Dall’ultimo sogno della notte, da una sveglia arrestata un attimo prima del trillo. Dai ricordi. Oh, sì, tanti ricordi. Che si affollano nella mente e scorrono davanti agli occhi e non ti lasciano in pace.

Dipende forse da alcuni minimi particolari – quel cristallo, quell’orma, quel rametto spezzato inavvertitamente che ti fa sentire più fragile. Dalle dosi di analgesici nelle vene con cui hai cercato di smorzare chimicamente il dolore. Da quel solito bacio lasciato a metà e il suo relativo senso di colpa. Cosa le dirai un giorno?

Dalla sensazione, quindi, che qualcosa ti stia sfuggendo via.

Questi giorni diversi ti cambiano gli occhi. Che se poi la racconti non sapresti neanche dire cosa c’era di speciale.

La linea, la neve, la luce? Si, forse. Ma non solo. Niente di tutto ciò sposta davvero il bilancino.

Che se poi li racconti, questi giorni diversi, la maggioranza potrebbe non capirti. Forse solo qualcuno, qualcuno che ha convissuto con i tuoi stessi fantasmi.

Ci sono giorni in cui poggiare quelle dannate tavole sulla neve e dimenticare per un istante chi sei, per un istante non chiederti più se ne sei capace, ma solo fissare un punto, quell’unico punto nel pendio dove farai la prima curva. Solo quella. Nessun’altra.

E capire che solo questa è la cura.

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Chissà se abbiamo capito cosa sia questa “cura”, però ci è venuto in mente un nostro episodio, che forse si avvicina… oppure no… se non lo dovesse fare sarà allora una nostra personale rielaborazione, prendetela così com’è:

Una sera stavo per uscire per un fine settimana di montagna intensa. Ma, attorno e dentro di me, tutto era troppo: un lavoro piantato in asso per buoni motivi ma senza nuove prospettive, il moroso lasciato con l’amaro in bocca, lo zio alpinista diventato disabile da un giorno all’altro, una nonna anziana “come una bambina”, un ragazzo afgano rifugiato di guerra accolto in casa dei miei, i miei che devono badare a tutto e a tutti, da soli.

E io in montagna.

Se fossi riuscita ad arrivare al momento in cui si afferra la picca e si affonda il rampone nella neve tutto sarebbe passato… e la “cura” avrebbe funzionato.

Ma non arrivai nemmeno a completare l’avvicinamento; quando il mio compagno di cordata azzardò che forse la neve caduta era troppa, e non era vero, afferrai questa scusa bugiarda con tutte le mie forze… volevo tornare a casa. Per espiare quelle sofferenze e un senso di colpa che non aveva motivo d’esistere, ma che io sentivo forte più che mai.

Tornai a casa “non curata”, ma consapevole che comunque sarebbe stata una cura effimera, un antidolorifico a scadenza breve. In montagna per non pensare a niente… ho bisogno di avere la testa libera. Serena.

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