LA PRIMA VOLTA NON SI SCORDA MAI!

Questa è una di quelle storie che prima o poi vanno tirate fuori dall’armadio.

È una storia che mi è tanto cara, un po’ perché in un’ora ho imparato più che in una stagione intera di ascensioni, e un po’ perché per me ed Erica è stata una tappa decisiva, anche se in maniera diametralmente opposta: io ho continuato a scalare, Erica invece ha deciso di vivere la montagna diversamente.

Era primavera e avevo deciso che quell’estate sarebbe stata la volta buona per cominciare a scalare in Dolomiti, era un sogno che covavo nel cassetto da tempo… ed Erica era, ed è, un’ottima compagna di avventure… si lasciò convincere.

Un giorno di giugno partimmo verso il Catinaccio. Di Dolomiti conoscevo gran poco, però sapevo che in un posto che si chiamava Torri del Vajolet c’era una via, tal Spigolo Piaz, di soli 4 tiri e di IV, che in teoria era il grado base. Ero a conoscenza che la scalata in montagna è ben diversa da quella in falesia… ma era una nozione più teorica che altro, come lo era anche l’uso di nut e friends. Erica ne sapeva quanto me.

Ci portammo dietro anche il suo ragazzo, Federico, detto “il Turri”. Aspirante istruttore di arrampicata libera, ne sapeva a pacchi di spit, ma di chiodi… non conosceva nemmeno la teoria. In ogni caso i patti erano chiari: lui era con noi come sherpa e fotografo ufficiale dell’impresa, NOI lo avremmo condotto in cima! Già, perché il fatto di essere una cordata a prevalenza femminile dava al tutto un tocco di brio in più.

Era l’estata 2014, pioveva due giorni sì e uno no, e trovare una finestra di bel tempo non sembrava facile. Stetti a controllare l’Arpa Trentino giorno e notte, finchè non si presentò: un lunedì davano sole fino al primo pomeriggio e poi temporali. “Bè 4 tiri sono corti e se attacchiamo presto…” pensai. Chissene importa se era la prima via in Dolomiti, se un chiodo vecchio non l’avevamo mai visto e se “gli sleghi da paura” pensavamo fossero solo quelli tra gli spit della falesia della Ca’ Verde.

Partimmo un pomeriggio, cariche di attrezzatura prestata da amici e fratelli vari. Salimmo verso il rifugio Gardeccia con l’ultima corsa della navetta, belli pimpanti cercammo un posto per la tenda: il rifugio?? Che cavolo è?? MAI, eravamo selvagge, giovani e belle (e anche povere).

Il Turri, per l’occasione, aveva sottratto al fratello una bellissima macchina fotografica, gli lasciammo dunque 20 minuti di libertà per dilettarsi a catturare paesaggi e tramonti. Dopodichè lo chiamammo a rapporto: montare la tenda e farci da mangiare!

All’ora di decidere la sveglia per l’indomani la mia anima, vivace, e quella di Erica, più rilassata, si confrontarono: «Direi di svegliarci alle 6.00 e partire come fulmini alle 7.30, alle 9.00 così siamo sicuramente all’attacco» – «Ma no dai… 6.45…» – «Mah non so, ci sono temporali nel primo pomeriggio…» – «Sì ma alle 14.00 saremo ben fuori no??» – «Meglio essere previdenti!!». Vinsi io, ma la mattina dopo vinse Erica, infatti perdemmo un mucchio di tempo nella fase di risveglio, colazione, smontaggio tenda, avvicinamento e trastulli vari… io scalpitavo, Erica e il Turri invece erano pacifici come due Pasque. Arrivati al rifugio Re Alberto vollero pure fare un giretto attorno al lago e disquisire se l’acqua fosse potabile o meno!!

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Alle 10.00 finalmente attaccammo, partii io mentre Federico scattava foto e mi diceva «Olè olè». Mi alternavo con Erica: scalavamo veloci, perché non sapendo proteggerci granchè… semplicemente non lo facevamo, e non ci rendevamo nemmeno conto di non farlo!

In compenso perdevamo un sacco di tempo a scambiarci le corde ad ogni sosta. Erica superò gagliarda un famoso passaggio espostissimo, e nell’ultimo tiro per tenere a bada blocchi che riteneva instabili costruì con i cordini delle mirabili protezioni contenitrici, degne della miglior scuola d’ingegneria.

Intanto, dietro di noi, erano partite due guide alpine con alcuni clienti, li avevo visti attaccare alle 11.00, al chè avevo pensato che il nostro ritardo sull’orario fosse stato tutto sommato accettabile.

Tra una foto e l’altra, tra un sorrisone e l’altro arrivammo in cima alle 12.30. Difficile descrivere a parole la sensazione di felicità e soddisfazione… immaginateci mentre realizziamo un sogno, o meglio, solo l’inizio di un sogno, un sogno che per me dura tutt’ora.

Intanto delle nuvole strane si erano accumulate dietro di noi, ma nessuno ci fece caso. Dopo un paio di foto di vetta, ci dirigemmo verso le doppie, a neanche 10 metri da dove eravamo sbucate. Trovammo un grande anello cementato dove mi agganciai io e due spit che vennero invece usati da Erica e Federico; stavo per attrezzare le doppie, ma venni interrotta da una sensazione strana: sotto il caschetto i capelli erano diventati elettrici e sentivo uno strano rumore in testa, come un ronzio… capii al volo che si trattava di un temporale. Da lì in poi la situazione precipitò.

Questa è l’ultima foto scattata, poi il blackout. Le nuvole dietro parlano abbastanza chiaro… ma noi non sapevamo leggerle.

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Ultima foto scattata, poi il blackout

Dissi spaventata: «Gente bisogna muoversi, c’è un temporale! Sento i capelli elettrici!!», loro invece non sentivano nulla… non ho mai capito perché, forse perché erano attaccati a una massa ferrosa più piccola? Non stava ancora piovendo, ma grossi goccioloni cominciavano a cadere. A quel punto non sapevo più che fare, ero molto confusa, su vari manuali e dispense Cai avevo letto le classiche linee guida sui temporali, ma chi se le ricordava in quel momento?? Sapevo solo che non dovevamo rimanere in cima, perché era pure una vetta aguzza! Ok, ma dovevo lanciare giù tutto il materiale ferroso che avevamo addosso? E poi con cosa sarei scesa? Lanciarci giù in doppie fino in fondo? Sotto l’acqua? O cercare un riparo lungo la linea di calata? Qual era la cosa più sicura e saggia da fare? Panico.

Intanto le due guide alpine stavano giungendo in cima. La cosa più facile sarebbe stata supplicarli: «Siamo nuove di questa attività, femmine, giovani e inesperte… portateci giù voi! Per favore!» E il tono disperato non sarebbe stato neanche da inventare. Ero nel panico sì, ma troppo orgogliosa per chiedere aiuto: in quel periodo leggevo molti libri di montagna, e avevo già chiaro che io volevo essere un’alpinista, non una cliente, quindi sarei arrivata da sola fino dove le mie possibilità mi avrebbero condotto. No, non sarei ricorsa all’aiuto delle guide, eravamo arrivate lì per una nostra scelta, e ora spettava a noi trovare una soluzione!

“Ad estremi mali, estremi rimedi”, nel senso che ci sono certe situazioni che fanno tirare fuori qualità inaspettate… giocai d’astuzia (io astuta??), pensai: “Aspettiamo che le guide arrivino qui e vediamo che fanno loro, le imitiamo”, la prima guida in 10 secondi era già alla sosta, e con non chalance librò nel vuoto le sue corde, e ci appese i clienti. Tre secondi dopo avevo lanciato anche le mie.

A quel punto non mi restava che scendere nel camino di discesa, ormai il temporale imperversava alla grande. Di doppie non ero molto avezza, ma lì non dovevo sbagliare e cercai di concentrarmi tantissimo; non parlai molto con Erica e Federico, solo poche parole di incoraggiamento, e sapevo che anche loro avrebbero fatto tutto da manuale e non si sarebbero bloccati, li conoscevo bene.

Scendemmo dentro un colatoio in cui si incanalavano cascate di acqua, sassi e grandine, mentre a volte la parete si illuminava e poco dopo arrivava il frastuono del tuono. Non sapevo bene quanto fossero lunghe le calate, in una mi accorsi che la corda stava finendo, allora cominciai a cercare la sosta, doveva essere in quel punto, intanto sentivo il caschetto bersagliato da litri d’aqua e sassi: “Devo togliermi da questa doccia, è pericoloso! E la sosta non possono averla fatta qui dentro!!”, alla cieca staccai una mano dalla corda e cominciai a tastare a destra finchè non sentii un anello (questa sa da miracolo…), mi ci legai e poi diedi un disperato strattone alle corde per far capire ai miei soci che potevano venire.

Mentre aspettavo mi girai verso valle e vidi una scena che mi sembrò apocalittica: la parete di fronte a noi era diventata tutta marrone, ed era solcata da decine di torrenti d’acqua. Presi paura e tornai a guardare l’anello della sosta con la faccia rivolta in basso per non prendermi i sassi che cadevano da sopra. Dopo un po’ sbucò dalla doccia Erica, portava dei fradici guantini di lana con disegnate sopra simpatiche faccine di animali (equipaggiamento decisamente adatto…). Mentre il Turri scendeva preparammo insieme l’ultima doppia.  Avevamo ormai mani e piedi insensibili dal freddo.

Arrivati a terra, trovammo la guida scesa prima di noi che aspettava il collega e il resto dei clienti, mentre i primi si erano già incamminati verso il rifugio. Intanto la pioggia si stava placando. Ci chiese se, per non perdere altro tempo prezioso, poteva far calare i restanti clienti sulla nostra corda ancora appesa. Una guida che chiedeva a noi un aiuto?? Allora non dovevamo essere apparsi così sbandati! Ci sentimmo onorati e gli lasciammo la corda. Poi per ringraziarci volle aiutarci a piegarla.

Mi ritrovai a chiacchierare con quest’uomo: «Il tempo ballerino di quest’estate non ci lascia lavorare, ci fa scappare i clienti» mi disse, e io come fossi una veterana dell’argomento: «Eh già proprio così…». Insomma… mi sentii anch’io “vissuta di montagna”, come se un’ora di temporale mi avesse fatto crescere in un battibaleno.

Cominciammo a scendere congelati e bagnati fin nelle mutande. Niente era asciutto eccetto la famosa macchina fotografica, che il Turri era riuscito, non si sa come, a mettere in salvo. Camminavamo muti come pesci, d’altra parte non ce l’eravamo vista troppo bene…

Dopo un po’ però cominciammo a intonare canzoni di cartoni animati e della nostra infanzia; prima in modo sporadico, poi una dietro l’altra, sempre più gioiosi e sempre più ebbri di felicità, saltavamo e cantavamo ad alta voce, fregandocene dei passanti, che devono aver pensato fossimo pazzi. E Pazzi lo eravamo davvero, so di cosa: di vita (che per un momento avevamo pensato persa e poi però ritrovata).

Con la voglia di vita era uscito anche il sole, recuperammo la tenda da sotto un masso, e prendemmo la navetta verso Pera di Fassa.

Chi ci incontrava non capiva: sembravamo reduci dalla ritirata di Russia eppure ridevamo alla grande!

Sono convinta che in questo viaggio, fatto di prime esperienze, di paure, soluzioni e tenacia, tutti crescemmo, ognuno a suo modo. Il Turri era riuscito a salvare dall’acqua la macchina fotografica del fratello, decise dunque che valeva la pena approfondire quella passione, ma con una macchina tutta sua: se la fece regalare alla laurea. Erica rimase convinta che la montagna è un posto davvero bello, un posto che fa per lei, ma che forse l’arrampicata dolomitica non è la cosa che la esprime di più. Infine io, in cuor mio che volessi fare l’alpinista l’avevo già deciso, e inconsciamente forse avevo anche già accettato i rischi di questa attività… il temporale mi aveva spaventato, ma riuscii a considerarlo come una delle tante tappe della bellissima avventura che è l’alpinismo.

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AUTRICE: Mariana Zantedeschi

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