VIA MARIA – PORDOI

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Giugno 2017

Ci eravamo accampate a passo Pordoi la sera prima con l’intenzione per il giorno dopo di scalare la via Maria, di Tita Piaz. Come eravamo arrivate a sceglierla non lo ricordo, però di Piaz avevo fatto poco e mi interessava fare un’altra sua linea.

Giunte all’attacco trovammo una cordata che avrebbe salito una linea vicino: «Ragazze la vostra via comincia lì!» ci disse con risolutezza il tipo mentre ravananva per cercare il suo attacco. Convinte dal pensiero “di sicuro è più forte di noi” lo ascoltammo. E fu così che mi trovai nella cacca.

Presi il diedro da lui indicato, bello giallo e smarso, ma tanto si sa che le Dolomiti sono smarse, e dunque via su per questo diedro! Eh sì ma questo non mi sembra un IV… forte sto Piaz, dovevo informarmi meglio sul suo stile. Sì ma questo non è più nemmeno un VI… Miiiiii ma dov’è il facile?!

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Il diedro cominciava a essere per veri pro, dopo averlo incernierato di friends cercai una linea da dilettanti e mi spostai su una placchetta grigia a sinistra, ammazza però sta placchetta da diletto! Qua ci metto un nut.

Ma che è quel buco? La relazione mica parlava di una finestra che dà su Passo Sella!! E poi tutto si impennava, ma Tita come ce l’hai portata la Maria su di qua?!

«Anna mi sa che qua non siamo mica sulla via Maria sai…» – «E allora dove sei e cosa pensi di fare?!».

Disarrampicare non se ne parlava, contemplare il panorama dalla finestra non dava suggerimenti utili, dovevo fare una sosta… ehi a proposito di soste, ma quella è una cosa del genere! Qualche metro alla mia destra penzolava un cordone su chiodi. Cominciai ad attraversare guardinga, il nut era ormai a distanze siderali e intanto me la facevo sotto alla grande.

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Dai Mariana, che ne hai, e vai, cammina! Ma pensa te se devo chiudere il primo 6b della mia vita su sta frolla! Ero arrivata a una bracciata dalla sosta. Se mi allungo la prendo, ma non voglio mollare le tacchette, ma sono tacchette marce! Devi solo attaccarti alla sosta, fallo! Ma se i chiodi sono smarsi? Ma il Tondo ti ha detto che un chiodo messo bene tiene come uno spit. E fidati! Tacchetta smarsa o chiodo dubbio? Chiodo dubbio o tacchetta smarsa? Non uscivo dal loop. Ebbbasta, feci un lancio e presi la sosta.

Quando ritornai con i piedi per terra avevo i neuroni macinati e volevo uccidere il tipo dell’altra cordata, che stava ancora ravanando alla ricerca del suo attacco.

«Mariana controlliamo noi sta relazione va, che questo non la sa mica lunga eh!». Ci allontanammo qualche metro dalla parete con la foto della via in mano ed eccolo lì l’attacco! «Ma perché non abbiamo fatto di testa nostra!? Mariana non ci fidiamo di noi, da sole non abbiamo mai mancato un attacco, mo’ adesso glielo dico io a lui dove sta la sua partenza!».

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Attaccammo ormai sotto la canicola delle 11.00. E qui arrivò la sequenza di scene più memorabile che io ricordi:

  1. «Bene allora Anna io parto» – «Ma perché da lì? La relazione dice di andare nel camino» – «Ma qua è più facile» – «??». Non era un cavolo più facile, dovetti retrocedere.
  2. Mi spostai allora di un metro a destra sotto uno strapiombo «Ma perché parti lì Mariana?? Il camino!» – «Ma è manigliato questo strapiombo» – «Dubito che Piaz abbia scelto una linea su uno strapiombo con in fianco un camino… sai com’è… ai suoi tempi…». Presi due ronchie e con i piedi ormai in bocca cercavo di fare un ribaltamento (che non mi è mai venuto manco indoor). Non c’era nulla da fare, non si passava: «Anna spostati che salto giù» – «Ma guarda che sei alta!!», BAM. Ero saltata giù davvero, come se nulla fosse, come se sotto non ci fosse stata una pietraia. Evidentemente i miei neuroni non si erano ancora risollevati dalla centrifuga del precedente psychotiro.
  3. «Ma che cavolo… Allora Mariana sentimi un po’ qui» e Anna cominciò a darmi sberle sulle guance, SBAM SBAM «la relazione dice che si parte da un camino, cioè quello!». Ancora SBAM SBAM, poi mi prese il naso con pollice e indice e cominciò a far fare alla mia faccia svariate mezzelune di 180°. E ancora SBAM SBAM. «C-A-M-I-N-O, C-A-M-I-N-O? Chimney! Chimney! Cheminée!! Capito?!», ma io non capivo proprio una mazza. Allora mi prese dalle spalle e mi mise davanti a sto chimney: «Ecco scala qui!».
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Anna

Ora avevo capito, reset, delete, rewind: Huston ricominciare tutto da capo!!

Da lì in poi la via fu tranquilla, facemmo anche bottino di materiali, qualcuno si doveva essere calato, e vai di moschettoncini, fettuiccina, fettucciona, e via andare, ne uscimmo più ricche, viva le ritirate!

Poi scendemmo e tutti vissero felici e contenti. No, non è vero, infatti per me la parte più emozionante cominciò a via conclusa, quando agguantammo la ringhiera del rifugio per cavarci una volta per tutte dallo smarso delle “facili roccette”.

L’ultima sosta è proprio la ringhiera sulla terrazza della cabinovia del Pordoi. Ci approdammo sotto gli occhi curiosi di uno stuolo di turisti. Con tutti quegli sguardi che ci rendevano eroine per nulla mi sentivo a disagio, tanto da non riuscire ad alzare gli occhi; dovevamo dare l’impressione di essere incavolate, perchè sistemavamo il materiale e non ci parlavamo, piegavamo lo corde e guardavamo per terra. Invece eravamo solo in imbarazzo.

Gli unici occhi che non mi schiaffeggiavano erano quelli azzurri di un nanerottolo sugli 8 anni, cicciottello, biondo e tedesco.

Quando i turisti capirono che semplicemente stavamo rifacendo gli zaini persero interesse e tornarono a guardare il panorama, finalmente! Rialzai la testa, ricominciai a respirare e parlare con Anna.

L’unico rimasto fermo imperterrito era il biondino, che ci osservava con due occhi grandi e curiosi. Teneva un moschettone a ghiera in mano, che apriva e chiudeva scrutandoci attentamente. Dopo un po’ era ancora lì, ma si era spostato di qualche metro, finendo in un angolino, come a volerci guardare senza essere visto.

Una serie di ricordi fecero capolino. Quella volta che a circa 6 anni non riuscivo a montare sull’altalena: «Maestra maestra! Mi metti sull’altalena?!», quante volte glielo avevo chiesto? Ma niente, stava chiacchierando con una collega e io ero invisibile. Altre volte avevo osservato con ammirazione “i grandi”, volevo essere come loro, ma loro non nutrivano molto interesse per me, e così anch’io mi accontentavo di guardarli da un angolo. E poi ancora mi venne in mente il classico racconto di ogni alpinista: «Da piccolo andavo a camminare in montagna e vedevo questi che scendevano con le corde in spalla, e sognavo di arrampicarmi come loro…», e poi tò, magari te lo ritrovi che scala vioni pazzeschi, te lo ritrovi che ha realizzato il suo sogno, non guarda più, ma “vive”.

E tutto questo marasma di pensieri un po’ emozionanti me lo suscitava il bambino, che era ancora lì, con lo stesso sguardo curioso. Basta, dovevo lasciargli qualcosa! Cominciai a frugare nello zaino e tirai fuori un bel cordino viola, non uno da abbandono, uno di quelli belli, perché se bisogna farla, bisogna farla bene. Mi avvicinai e glielo infilai nel suo moschettone. «Daaankee» e scappò dai nonni. Dopo poco lo vedemmo passarci davanti con il suo trofeo al collo, alzò il braccio e ci fece ciao.

Giù al parcheggio, mentre ci rifocillavamo Anna mi disse: «Guarda Mariana! Il tuo bambino!!» – «Dove?!» – «Si sta dirigendo verso quelle rocce!». Mi girai e lo vidi puntare con decisione dei roccioni su un pendio erboso con il cordino fissato ai pantaloni con il moschettone, evidentemente doveva testare il nuovo materiale…

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Premio “Miglior stolkeraggio dell’anno”

Cominciò a salire, non comodamente dall’erba, ma cercando la roccia dei massi. E stavolta eravamo noi a essere nascoste, in un angolo della macchina, per osservarlo di soppiatto e fare il tifo per lui. Arrivato in cima al masso più alto ci si sedette per qualche minuto: un pascià con la cima in tasca.

Mi auguro che quel biondino diventi l’ennesimo tedesco che intasa le nostre vie d’estate, me lo auguro proprio.

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