NUOVI TEMPI, DIVERSE ATTESE, GRANDI FATICHE E PROFONDE EMOZIONI

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David dorme. C’è pace. Non ci credo ancora, sono riuscita a trovare il tempo per scrivere. Ne è passato molto dall’ultima volta che ho pubblicato un vero e proprio articolo. E adesso faccio ancora più fatica a ritagliarmelo.

Tempo. Emozioni. O meglio: tempo, attesa, fatica, emozioni. Sto parlando di una nuova via? In un certo senso sì: è una delle più grandi vette raggiunte. La vita. Una nuova vita.

Tornare a scrivere mi ha permesso di fermarmi un attimo (un attimo tutto per me), di staccarmi momentaneamente dalla realtà, di pensare, di riflettere, di ricordare e di sognare. Tutte azioni “elevate” che adesso, mossa dal motore dell’istinto e del “fare” non riesco molto a concedermi.  Wooooow! Sto così bene che per alcuni minuti stacco perfino le dita dalla tastiera e alzo gli occhi, come se stessi assaporando una sensazione di leggerezza. Ok, riprendo il filo. Dicevo…

TEMPO

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Circo de Gredos

Quanti significati ha la parola “tempo”! “Controlla il tempo in montagna per i prossimi giorni”, oppure “quanto tempo si impiega per l’avvicinamento, per la via e per la discesa?”, ancora “da quanto tempo non mettevo gli sci ai piedi o toccavo la roccia!!”, “è passato proprio tanto tempo da quando ho scritto gli ultimi blablabla sul blog!”. Discutevamo proprio qualche giorno fa sul fatto che la tempistica con cui noi ragazze scriviamo sul blog non è proprio il nostro forte… certo perché dipende da quando e se abbiamo fatto qualcosa, dai nostri ritmi, da cosa ci passa per la testa o per il cuore. «Siam donne, no?» dice Sofia! Assolutamente sì!

Per me quest’anno in particolare è stato un tempo nuovo. Un tempo di scoperta e di acclimatamento, per usare il gergo alpinistico. È nato il mio bambino David e sono nata anch’io come mamma. Quante novità! La gravidanza, per cominciare. Eh sì, e anche qui ritorna il concetto di tempo: c’è un ritardo! Sono in montagna, nel Circo de Gredos precisamente (un piccolo circolo glaciale in provincia di Avila, Spagna), e con alcuni amici stiamo facendo un’avventura bellissima: 14 ore (di nuovo il “tempo”, mooolto tempo) di ravanata pura, stile capra tra rocce, neve e sentieri. Sembravo una pila Duracell Extra Power Super Long Energy Plus (ormoni della maternità?? Anche se non sapevo ancora di essere incinta). Mi sentivo così carica e piena di forze che con la testa cominciavo a fare grandi progetti di vie in montagna per l’estate e sognavo… pensavo… condividevo i miei blablabla con le persone che c’erano. Stavo bene, ero felice lì in montagna. Ma… poco tempo dopo… traaaccc!!! Silenzio. Devo riprogettare tutto: da «Javi mi sento super forte andiamo a fare questo, quello e quell’altro in Valle d’Aosta» , a «Javiiii, diventerai papà!!!» . Ecco, comincia l’attesa.

ATTESA

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Camminata con la sorella in Valsavaranche (Valle d’Aosta)

L’attesa è un tempo molto prezioso. Lo insegna anche l’andar per monti. Bisogna aspettare se non ci sono le condizioni giuste per fare una via. Oppure bisogna aspettare a fare di nuovo sforzi se ci si è lesionati. O ancora, per esempio, a me alla fine di una via è sempre piaciuto fermarmi un momento in silenzio per ringraziare e contemplare prima della discesa. Non importa la quantità di tempo, ma la qualità. L’attesa è un tempo con un senso. Possono essere minuti, ore o mesi. Dipende.

[David si è svegliato e ha fame. Ciao! Riprenderò a scrivere appena ritroverò il tempo]

Dov’ero rimasta? Ah sì! Mannaggia quante interruzioni… riprendo il filo!

Dicevamo… mesi… che attesa!! Ma cosa si può fare durante l’attesa? Ecco che iniziano le ricerche: “che tipo”, “quanta” e “come” può fare montagna una donna in gravidanza? Ho cercato di informarmi il più possibile perché volevo sì continuare a vivere la mia passione, senza però correre rischi inutili. Alla fine è sempre una questione di equilibri. Durante questo tempo ho imparato molte cose, per esempio che aumenta la frequenza cardiaca sia a riposo che durante l’attività poiché si condivide il proprio sistema circolatorio: tutto il sangue che prima andava a nutrire i muscoli durante lo sforzo fisico, in gravidanza diminuisce perché una bella quantità ne va alla placenta, oppure che andando in alta quota l’ossigeno diventa più rarefatto e questo può incidere sullo sviluppo del feto specialmente nel primo trimestre, oltre al fatto che fa aumentare la frequenza respiratoria. Cresce inoltre il fabbisogno energetico della donna e, se si consumano eccessivi zuccheri, ne arrivano meno al bambino. Non sono poi da sottovalutare i cambiamenti ormonali e della postura, ecc. Insomma un insieme di molti fattori da non trascurare.

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Verso il bivacco Bobba, 2770m (alle spalle lui: il maestoso Cervino)

Una gran parte di insegnamento e ricerca di equilibri – di cui ho parlato sopra – però ho capito che viene dal “sapersi ascoltare”. Sì, quando si parla di queste cose non bisogna generalizzare, perché ogni donna è diversa, che sia incinta o meno, o nel caso della categoria “donne incinte” c’è da ricordarsi che ogni gravidanza è diversa, che si tratti di una donna che vada in montagna o no. “Posso continuare a scalare o corro dei rischi troppo alti? E posso salire su un ghiacciaio? Fin dove posso arrivare?”. Ecco le domande che mi tormentavano un po’… ma poi riflettevo: cosa vuol dire “troppo”? Di per sé la scalata e le attività in montagna sono per definizione attività di rischio, che dipendono da tanti fattori, molti dei quali impossibili da controllare. Per questo dico “sapersi ascoltare nel profondo”, perché la risposta è dentro di noi. Il nostro corpo ci manda dei segnali e noi dobbiamo saperli accogliere e soprattutto accettarli. La stanchezza ha un nuovo significato. Il famoso “non ce la faccio più” ha un nuovo significato. La paura ha un nuovo significato. I dubbi hanno un nuovo significato. La grande sfida è trasformare queste sensazioni –  apparentemente negative – da limiti ad opportunità. Opportunità di ascolto, di ricerca di equilibrio nella nuova cordata che si sta creando, di riscoperta di alcune cose come per esempio della bellezza di fare trekking osservando la montagna dal basso, con umiltà. Sì, per me si è trattato di rinunciare ad alcune mete e stabilire nuove priorità (anche se non sempre è stato facile).

FATICA

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Tour del Mont Faller

«Quanta fatica!! Non ce la faccio più!!», sui sentieri, almeno in gravidanza, potevo dirlo tipo dieci volte in un’ora che ero giustificata, ahahah! A volte mi sembrava di avere un vampiro che mi succhiasse il sangue dai polpacci, salivo con un passo lento e costante. Dicevo «Per fortuna che ho l’entusiasmo a tirarmi su, perché se fosse per la forza fisica sarei ancora in macchina ad allacciarmi gli scarponi!». Durante l’estate in trascorsa in Valle d’Aosta, grazie all’entusiasmo (e alla pazienza di chi mi circondava), sono riuscita a fare dei bellissimi trekking e perché no anche qualche scalata qua e là: ho scelto rigorosamente vie facili, da seconda e con il caschetto anche in falesia (per esempio ho scoperto la valle dell’Orco da incinta… meglio così che mai! Poi ovvio…voglio ritornarci!). Ho fatto il tour del Mont Faller in tenda, ho dormito in un bivacco ai piedi del Cervino, sono andata a trovare un amico che lavorava in un rifugio bello alto. Il tutto però con una stanchezza e un peso incredibili. Ma volevo andare avanti, in alto! Eh sì, in questo senso la montagna è scuola per la vita. Ti insegna a non arrenderti nonostante le fatiche, che la sofferenza poi viene ripagata dalla gioia della cima. Ti insegna a stringere i denti ancora un po’, a non mollare e ad accettare l’aiuto dei tuoi compagni di cordata. In altre parole ti mette davanti alla tua debolezza.

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Arrampicando con il piccolo David in pancia

Sì, questo vale in montagna o su un letto di ospedale, soprattutto quando i medici cominciano a dirti che le cose si stanno complicando, che non vanno come dovrebbero, che ci sono dei rischi. Improvvisamente cambiano le condizioni, peggiorano e tu sei lungo una via… e arriva una tempesta che non lascia spazio alle finestre di sole per un bel po’ di tempo. Eccomi ricoverata prima dei nove mesi, impaurita e triste. Al mio fianco Javi, la mia famiglia e pochi amici… era un momento intimo… non volevo troppa gente. Arriva Noelia, mia compagna di avventure qui in Spagna, si siede sul letto, mi abbraccia e, stringendomi la mano, mi dice: «Sei forte amica mia! Dai non mollare! Vedi, la montagna ci insegna a far fatica e non arrendersi! Ci insegna ad andare in salita! Forza!»

 

EMOZIONI

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In ospedale, facendo la “canguro terapia”, pelle con pelle

Ecco un grido, il primo pianto del piccolo David! C’è gioia. C’è vita. Siamo in vetta! Tiro un sospiro di sollievo e comincio a immaginarmi il panorama con gli occhi ancora offuscati dalla paura. Lo intravedo, mi si riempie il cuore, sì mi piace, vorrei stare lì in silenzio infinito tempo a contemplare, ma non posso rilassarmi troppo: manca ancora la discesa. La via finisce quando si arriva alla macchina, no?

Ok, adesso che sto scrivendo l’articolo credo di essere arrivata alla mia “macchina”. Il peggio è passato, il pericolo è lontano ed è arrivato finalmente il momento di concedermi dei ritagli di tempo per fare ciò che mi piace. Per ridare vita anche a una mia passione.

Click

È quel suono piacevolissimo dello scarpone da sci quando si incastra nell’attacchino Dynafit. E voi direte «Entusiasmo per un semplice click?» ed io da neo-mamma montañera vi rispondo: «Sì, adesso le cose sono proprio cambiate, hanno un profumo diverso!». Mi torna in mente una frase sentita mille volte quando frequentavo gli Scout: “Le cose semplici sono le più belle”.

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Scialpinismo sulla Sierra di Madrid, rigorosamente con il latte in mano!

Infatti… riuscire a sentire quel semplice click è una vera emozione! Riuscire a mettersi gli sci tra una poppata e l’altra, lasciando il piccolo a casa con i nonni è una vera emozione! Avere una famiglia che a volte tiene il bambino è un’emozione! Togliersi il latte nel parcheggio, seppellirlo nella neve, fare la gita di scialpinismo stracarica di felicità, tornare alla macchina, recuperare e mettere il barattolino col latte in una gavetta con un po’ di neve raccolta per tenerlo al fresco fino a casa e portarlo al proprio bambino è un’emozione! Conoscere qui a Madrid una neo-mamma che ha partorito nel mio stesso periodo e che anche lei arrampica, abitare vicino, mettersi d’accordo le mattine durante la maternità per arrampicare un po’ nel parco dietro casa è un’emozione! Riuscire a fare una via lunga di arrampicata in alternata con il proprio marito, e nel tiro chiave – in cui non ce ne venivo fuori – il pensare alla fame del bambino che ti aspetta a casa diventa motore per affrontare i passaggi difficili è una vera emozione! Riempire di baci il proprio bambino tra un tiro e l’altro in falesia è emozione (o meglio la vera emozione è che il figlio ti lasci arrampicare in falesia!!).

Il tutto alternato da un «Basta, non scalerò mai più!», «Ma perché se l’alpinismo è sofferenza continuo a ricaderci?!», «Sono uno zombie oggi, vai ad arrampicare da solo», «Oddio ma si può fare due resting su un quarto a Stallavena?? Cambio sport!» etc.

Anche perché: Passare le notti in bianco, togliersi il latte il giorno e la notte prima per poter andare in montagna l’indomani, esplodere di latte alla fine di una via, avere le energie di una lumaca, non avere tanto tempo a disposizione per allenarsi con costanza e quindi quando vai in montagna “è sempre la prima volta ed è dura riprendere da zero”, avere quei chili in più… in un certo senso… sono emozioni! Ahahah!

Riassunto e parafrasi dei blablabla: trovare il tempo, anche se poco, per me stessa (e andare in montagna) è una vera e propria emozione!

AUTRICE: Francesca Pisani

2 pensieri su “NUOVI TEMPI, DIVERSE ATTESE, GRANDI FATICHE E PROFONDE EMOZIONI

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