MONTAGNE LIBERE

navediciotti

#portiaperti #noborders #briserslesfrontieres

Alla cima si sale per poi scendere, per tornare. L’idea di restare in cima ci ammalia, ma è illusione, reale e metaforica. In cima i problemi sono elementari: ho sete, ho fame. Quando torniamo invece ci scontriamo con faccende più articolate, alcune non le possiamo risolvere noi. Per esempio quella dell’immigrazione attraverso il Meidterraneo. Dunque che si fa? Si torna alle cime come se nulla fosse? Non così hanno agito Ettore Castiglioni, Attilio Tissi, Guido Rossa e tanti altri meno famosi, che davanti alle ingiustizie hanno saputo fare scelte davvero coraggiose.

Sono stata via per cime 20 giorni, e quando sono tornata, riaprendo i giornali, ho letto di una nave, carica di migranti, bloccata in porto con l’ordine di non far scendere nessuno.

Il comandante delle nave ha soccorso i migranti rispondendo alle Leggi del Mare, che obbligano a soccorrere chi tra le onde è in pericolo. Un uomo di mare sa che tra i flutti un giorno potrebbe essere lui ad avere bisogno… ed è profondamente aggrappato all’idea che sia necessario mantenere salda la catena dell’aiuto reciproco.

Queste leggi  trovano germoglio nei sentimenti più nobili dell’animo umano; proprio quell’animo che è ancora capace di ascoltarsi dentro, a prescindere da ciò che grida una politica scollata dalla solidarietà. Hanno radici in quello stesso fuoco che ha animato Antigone nell’omonima tragedia di Sofocle: la ragazza accetta di andare  incontro alla morte per dare sepoltura al fratello morto, violando le leggi dello Stato che invece lo impedivano. Anche lei ha seguito delle leggi non riportate sulla carta… ma scritte negli abissi del nostro Sè.


 

Non me la sentivo di pensare alla prossima scampagnata montana come se nulla fosse, come se tutto ciò che avviene attorno a me non mi riguardasse, senza rispondere nemmeno un po’ a quelle Leggi…

Ho chiamato mia sorella e le ho chiesto che ne pensava se avessi messo per iscritto la storia di Alì (il nome è di fantasia), un pezzo intimo della nostra vita familiare. È stata d’accordo. Ho poi telefonato alle altre ragazze per confrontarmi con loro, era una buona idea raccontare su un blog di alpinismo femminile una vicenda un po’ fuori tema? La storia che racconterò è una storia “di cerniera”: una cerniera che ha unito montagna, immigrazione e integrazione.


 

Un giorno si è presentato a casa nostra un amico educatore in un centro di accoglienza per migranti: «Sto cercando per Alì una sistemazione: gli hanno rilasciato il permesso di soggiorno e deve dunque lasciare il centro, non sa dove andare… parla benino inglese e sta facendo la terza media. Cerchiamo una famiglia che lo ospiti, almeno fino a che non faccia gli esami in giugno. Potreste essere voi?». I miei genitori hanno risposto di sì e così Alì è venuto ad abitare con noi per 8 mesi. Lunghi, spesso non facili.

Alì viene dall’Afghanistan montuoso al confine col Pakistan, ha 26 anni, da piccolo faceva il pastore, poi nei primi anni ‘90, con l’arrivo del Regime Talebano, la famiglia è sfollata in Pakistan, lì ha potuto studiare anche un po’ di inglese. Poi sono tornati in Afghanistan, ma nuclei di Talebani perseguitavano la famiglia, chiedendo al padre, un Imam, di far arruolare i figli maschi, e così tutta la famiglia, armi e bagagli, è di nuovo scappata in Pakistan. Ma non lui, che invece ha preso la via dell’Occidente, a piedi.

A casa nostra vedeva quasi ogni fine settimana me e le mie sorelle uscire per andare in montagna e poi tornare con foto e racconti. Pian piano ha cominciato a fare domande e noi a raccontare anche a lui cosa andavamo a fare lassù sulle cime.


 

NELLE TANA DELLE SPONDE

Un giorno di autunno pioveva, non si poteva fare granchè, rimuginavo. «Ehi sister, andiamo in grotta?» – «Ok!» – «Portiamo anche Alì?» – «Buona idea! E’ sveglio, non si spaventerà!» – «Procurati una frontale!».

«Alì! IO e D. andiamo in grotta, è un po’ come andare in montagna… vuoi venire?».

Detto fatto ci siamo trovati davanti alla stanza di accesso, un enorme cavernone, dico a mia sorella: «Vieni avanti anche tu così con due frontali trovo l’entrata… ma che razza di frontale hai??» – «Eh, non la trovavo più la mia!!». Teneva in mano una piletta da cinesi…

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«Allora Alì, da questa caverna bisogna trovare l’entrata del percorso, credo sia lì, ma forse non ricordo bene, andiamo a vedere». Ho cominciato a ficcarmi in vari pertugi, ma erano tutti ciechi: «Ma dov’è quello giusto?!».

«Eh! Is here! Here! Here!».

Mia sorella sogghignava: «L’afgano, l’ultimo arrivato, mai messo piede in un grotta, ha trovato l’entrata prima di te! Ahahahaha, questa scrivitela».

Ci siamo così inoltrati nel cunicolo. D., un po’ con la pila in bocca un po’ togliendosela per parlare, dava indicazioni: «Alì fai come noi! Striscia e abbassati, qui poi diventa più largo, Mari facci luce!». Piano piano abbiamo fatto tutto il percorso. Alì si divertiva e con noi ha assaporato quel silenzio e buio che si sente solo nelle grotte.

Quando siamo risbucati nel cavernone principale io e D. ci siamo sedute all’entrata per bere qualcosa di caldo: «Ma Alì dov’è?» – «Booo… Alììììììììì! Dove seiiii?» – «Qui!». Abbiamo alzato lo sguardo: «Ma c’è un’altra entrata allora!» – «Ahahahaha, non lo portiamo più in giro questo qui… non è possibile che sia proprio l’ultimo arrivato a scoprire le cose nuove!».

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IN CIMA AL CAREGA

«Domani porto dei miei amici sul Carega. Faccio il Vajo dei Colori, e poi la cima, se ci portassi anche Alì? Secondo me è in grado, che ne pensi?», D.: «Ce la fa eccome! Però prima parlane con gli altri». Alì non aveva mai messo i ramponi e nemmeno preso in mano una picca, i manuali avrebbero detto che portarlo su era da suicidio ma osservandolo vedevo che aveva la stoffa.

I miei amici erano ben contenti di questa inconsueta presenza e così ecco che con Alì siamo usciti di casa ancora col buio. Lui era vestito di tanti pezzi presi in prestito: gli scarponi del papà, il berretto di Marco, i ramponi di Nicola, i calzettoni delle zio, i pantaloni che chissà da dove venivano.

Durante la gita saliva giulivo, nessun problema a destreggiarsi con corda, ramponi e picca, guardava gli altri e imparava.

Quando siamo sbucati al sole fuori dal vajo sembrava ormai un alpinista bello e fatto: «Fammi una foto qui!». Credo sia stato il primo Afgano a mettere piede in cima al Carega.

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A CEREDO BASSA

Stavo uscendo di casa per andare a scalare quando ho incontrato Alì: «Vai a scalare? Posso venire anch’io?» – «Em… sì…» – non avevo nessuna voglia di prenderlo su – «Va bene dai, cerchiamo un imbrago, vestiti sportivo e portati acqua». Ero un po’ titubante, a parte il fatto che Ceredo non è una falesia per principianti, ma poi cosa avrebbero detto gli altri climbers? Bè… a quel paese gli altri!! «Dai Alì muoviti che andiamo!».

In falesia, assieme ad alcuni amici, c’era un gruppo di militari statunitensi di Aviano. Ho cominciato a farmi teghe mentali: “Ma proprio qui dovevano venire? Speriamo non si incrocino! E se Alì li odiasse? O se loro avessero idee strane sugli afgani? Magari pensano siano tutti terroristi”.

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«Ti fermi a bere una birra con i miei amici di Aviano?» mi chiede Nico – «Em… nooo…» – «Ma cosa hai da fare a casa?!» – «Va ben dai…». E così l’incontro è stato inevitabile, ma più che del violento ha avuto del farsesco.

Un militare di Aviano ha voluto fare conversazione con Alì, con bello spirito a dir la verità, proprio per integrarlo tra di noi: «Where do you come from?» – «From Afghanistan» – «Ah nice, and what are you doing here in Italy?»  – (Secondo te? Ma che domanda è? Penso io intanto) – «Are you studing? Are you here on a student exchange?» – (Sì certo… scambio scolastico! Ma dove vive questo?) – E Alì candido candido: «Yes I’m studing, for the terza media!».

 

MONTAGNA FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA

«Alì noi andiamo a vedere un film di montagna, vieni?». Come al solito anche quest’anno non abbiamo guardato il programma, il film proiettato sarà una sorpresa. Quella sera davano Wolf and Sheep, di Shahrbanoo Sadat, il film racconta della vita di giovani pastori in un villaggio di montagna. Quando ho saputo che era ambientato in Afghanistan ho rimpianto di non aver controllato il programma, forse Alì non aveva piacere di vedere storie del suo Paese! Ma come al solito erano preoccupazioni solo mie, lui era infatti contentissimo che noi potessimo conoscere come lui aveva vissuto in Afghanistan.

 

AL PONTE TIBETANO

D.: «Sai dove è stato oggi Alì? A-ponte-tibetano-di-valle-Sorda» – «Dove?!» – «A-PONTE-TIBETANO-DI-VALLE-SORDA!!» – «Ma come parli?!» – «Lui parla così! Sveglia! Intendo il ponte tibetano della Val Sorda, è andato in gita da solo, che grande!».


 

Alì ha superato brillantemente gli esami di Terza Media.

Poi ha deciso di tornare dove la sua famiglia era sfollata. A volte vedo su Facebook che posta delle foto in cui è in montagna con uno zaino tecnico, e come hashtag usa #trekking o #hiking. A fianco e in lontananza si intravedono pastori, anche lui da piccolo era pastore, ma adesso, credo, che guardi le montagne anche da un altro punto di vista.

 

POST SCRIPTUM – 21/08/2019

Da qualche mese Alì è tornato in Italia (grazie al permesso di soggiorno di 5 anni ha potuto prendere l’aereo regolarmente, evitando di attraversare mezzo mondo a piedi), lavora in un ristorante giapponese, gestito da cinesi e dove il cuoco è srilankese, Alì è quello che parla italiano per tutti. Tornerà comunque in Pakistan, perchè nel frattempo si è fidanzato e ora si sposerà. Poi, forse, tornerà di nuovo qui, e magari vi faremo sapere i nuovi aggiornamenti.

 

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