GRANDI RAVANATE PER RAGGIUNGERE IMMENSE STELLATE!

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In cima!

La salita alla cima del Carè Alto attraverso il canale est non è calcolabile nei suoi 2.213m che la separano dal parcheggio. Il viaggio è molto più lungo, e parte da quando Mariana e Claudia hanno deciso di “andarsene via”, precisamente in quota.

Hanno in mente il Monte Rosa, ma il meteo è instabile: il risultato sarebbe un Breithorn, forse, e se anche andasse… con un mucchio di persone attorno. No, non stavolta, hanno bisogno di silenzi. Dirottano allora sulla val Formazza… una cima d’Arbola? Si arrovellano talmente tanto che si rendono conto che far collimare un meteo schifido con un giro interessante e senza folle sta diventando abbastanza stressante. Mariana esasperata: «Sai che ti dico?? Andiamo al mare. Basta con sta storia della montagna!» – «Dici davvero?! Da te proprio non me lo aspettavo!! Ma ci sto, andiamo sul Conero!».

Ed è lì, quando ormai Mariana si sta già gustando la playa e il plaisir, che quasi contemporaneamente esclamano: «Il Carè Alto!». Manco farlo apposta il meteo sembra tenere bene solo in Trentino, è destino!

 

All’appuntamento scendono dalle macchine che sembrano due sclerate in preda a una crisi di nervi: «Andiamocene da qui!» – «Ma perchè tu te ne vuoi andare?» – «E tu?» – «Per gli stessi tuoi motivi credo!» – «Ok allora fuggiamo. Addio mondo». Arrivate a destinazione, in Val Borzago, scendono invece dalla macchina rilassate come due panda cinesi, la trasformazione si è compiuta.

Caricano gli zaini con materiale e cibarie e partono giulive, da sotto vedono già il rifugio: «Allora Claudia, il cartello qui dice 3,30h di salita» – «Mah… secondo me, da come me la ricordo in 2h massimo siamo su».           Mariana azzarda un: «Sicura? Io me la ricordo piuttosto lunga…» – «Ma noi abbiamo gamba eh!».

Dopo circa 10 minuti di cammino arrivano a un bivio e il blablabla sfrenato fa sì che questo passi totalmente inosservato, subito dopo c’è un ponte: «Ecco il ponte Zucal!» – «Ma, non lo davano dopo 40 min?» – «Eh ma te lo avevo detto che ci si metteva meno… è perché noi siamo ben più allenate dell’escursionista medio!». Ma certo… soprattutto con 15kg sulla schiena.

Dopo il ponte il sentiero continua tra due muri di ortiche le cui proprietà urticanti sono direttamente proporzionali alle dimensioni spropositate delle foglie, ma tanto è risaputo che l’alpinismo è sofferenza…

 

RAVANAGE DI PREGIO

  • Orticage (termine da leggersi alla francese) n°1: «Cosa vuoi che siano un po’ di ortiche!».

Si insinua però il legittimo dubbio di aver sbagliato qualcosa… e così tornano indietro verso il ponte.

  • Orticage n°2: «Bè…certo che se anche le ortiche non ci fossero…».

Ma al ponte non trovano nessun sentiero alternativo quindi «Dev’essere questo il sentiero giusto!».

  • Orticage n°3: da vere dure stringono i denti e ripassano nelle ortiche.

Il sentiero porta dritto nel conoide di una valanga. Cominciano le ipotesi: «Il sentiero sarà stato travolto quest’inverno e continua dall’altra parte». Quindi Claudia punta sicura al nevaio, mentre Mariana si ficca in una giungla che niente ha da invidiare a quella vietnamita, così circondata da felci giganti sembra una vietcong.

Dopo un po’ la Squadra Esploratrici si riunisce per il debriefing: «Ci sono segni di passaggio lassù?» – «Nulla mia capitana! Tutto incontaminato» – «Molto bene. Anche qui.» – «Qual è il piano B dunque?» – «Consultiamo la mappa!». Dalla cartina, eccetto la presenza del ponte Zucal, non torna granchè. Quindi tornano per l’ennesima volta verso il ponte.

  • Orticage n°4: la pelle delle loro gambe sta diventando insensibile a qualsiasi stimolo.

Al ponte tirano fuori la bussola, ma l’effetto urticante annebbia talmente tanto le loro menti che la cartografia diventa un’opinione, e quasi non riescono nemmeno ad orientare la cartina a nord; beccare un Azimut in quelle condizioni avrebbe del miracoloso, e in ogni caso le spedirebbe dritte nelle giungla tropicale. Servirebbe un machete e loro mica sono Bonatti in Sud America!

Mariana si lancia allora in una scalata su dei massi, sarà un IV e a picco sul torrente (in pieno periodo di scioglimento dei ghiacci…), si sente un po’ angosciata e torna saggiamente sui suoi passi. Sentenzia che da lì l’escursionista medio non potrebbe mai passare, e perciò «Il sentiero non può essere certo su per di qui». Tornano al nevaio.

  • Orticage n°5: le ortiche eliminano, se ne era rimasta, ogni sensibilità della loro pelle.

Le due (chiaramente forzando la realtà) vedono dei segnavia sbiaditi su alcune rocce oltre il nevaio. Si inerpicano allora sul pendio a fianco della neve sfidando massi, tronchi incastrati, arbusti spinosi e chi più ne ha più ne metta (giusto per dare il salasso finale alle loro già violacee gambe).

Cercano di attraversare il nevaio ma dopo poco si ritrovano piantate nella neve tirata a lucido, con delle misere scarpe da trail e degli zaini abnormi che mettono a dura prova l’equilibrio. A questo punto si rendono conto che si stanno ammazzando, e se proprio devono farlo «Almeno facciamolo in maniera sensata! Quindi caviamoci da qui e scendiamo…» – «Ok, e vediamo di scendere senza scapottarci». Invece tra cadute e scivolate sembrano aver proprio voglia di fare una bella chiamata al Soccorso Alpino (ma tanto i cellulari non prendono).

Finalmente fuori pericolo decidono di tornare alla macchina e da lì, che c’è campo, chiamare il rifugista per chiedergli come cavolo si fa ad arrivare al suo rifugio. Certo che puntare a una cima e perdersi a 10 minuti dalla macchina non si è mai visto!

  • Orticage n°6 (l’ultimo): uno più uno meno non fa differenza, tanto ormai le loro gambe, tra bolle, sangue e graffi, sono diventate dure come la scorza di limone.

Per tornare al parcheggio riattraversano il ponte e a 20 metri vedono il famoso bivio con il cartello “PONTE ZUCAL 40 min”. «Ma questo allora che cavolo di ponte è? Porta a un sentiero cieco e poi a un nevaio e sulla cartina non c’è!» – «Evidentemente la provincia autonoma ha avanzato schei e ha costruito un ponte a caso!», (segue improperio sull’autonomia trentina).

(Non c’è documentazione fotografica, perchè i veri vietcong non lasciano mai tracce dietro di sè)

 

ARRIVO AL RIFUGIO

Cominciano mogie a salire e col sopraggiungere del buio iniziano le allucinazioni da crisi glicemica: «Ecco il rifugio!» – «Guarda che è un masso!». Claudia dice che vorrebbe mangiarsi un bisonte, ma non era vegetariana?

Alle 22.30, arrivate finalmente al rifugio cercano il bivacco invernale. Claudia lo individua in cima a una scala a pioli, ma Mariana rifiuta l’idea che possa essere stato costruito così in alto: «Ma ti pare che uno si deve sobbarcare 3 ore verticali e poi deve anche salire su per una scala a pioli con questo zaino?! Dai… non possono essere stati tanto crudeli… sarà quella casetta là!», ma non ha capito che quella è la teleferica… Claudia allora le indica un cartello con tanto di freccia sotto la scala a pioli: “BIVACCO”.

Non solo è una scala a pioli che con la stanchezza e con gli zaini pieni diventa un VII, ma per di più finisce in una strozzatura a mo’ di camino. Claudia dopo tre tentativi chiede l’assistenza di Mariana che la prende dalla maniglia dello zaino e la issa su come un sacco di patate.

A un certo punto dal nulla appare il rifugista, (era già salito per preparare l’apertura del rifugio prevista per il giorno seguente). Le ragazze prendono un colpo, o forse il colpo lo prende lui vedendo due tizie in scarpe da trail, pantaloncini succinti e gambe violacee, ma con le picche nello zaino. Mariana gli chiede da dove si prenda l’avvicinamento al Carè Alto, «Sì noi saliamo quello domani, cioè tra qualche ora».

«Non ti è sembrato un po’ sconcertato?» – «Sì ma lui che ne sa che noi siamo le Ragazze Blabla?!».

 

IN CIMA

Giustamente il lettore potrebbe anche chiedersi se, visti i presupposti, poi ci siano arrivate in vetta al Carè Alto… non disperate, perché appunto loro sono le Ragazze Blabla, all’apparenza sembrano sprovvedute ma quando serve hanno risorse infinite!

Alle 3.00 si svegliano e Claudia per prima cosa chiede: «Ma anche a te stanotte bruciavano le gambe?» – «Ah bè se è per quello anche adesso!».

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3.00 am

Ora la scala a pioli non è più un problema, scendono veloci e si inoltrano nella grande notte stellata, osservate da una lunga via lattea. L’alba limpidissima fa loro compagnia fin sotto il ghiacciaio, appena fa chiaro appare nitido il canale est (che poi non si è ben capito perché lo chiamino “est”, visto che è esposto decisamente a sud). Con il canale si vede anche la cresta e Mariana in un impeto di fiducia propone di fare quella, sembra infatti sgombra di neve, è lì che Claudia mette in fila il ragionamento più sensato di tutto il fine settimana: «Finchè è in condizioni farei il canale, la cresta è estiva, per fare quella rimane tutta la stagione…». E per fortuna! Perché dalla cima si renderanno conto delle reali condizioni in cresta…

 

 

Della salita in sé non c’è molto da raccontare… perfetta e senza intoppi. Prendono una diramazione del canale che vira verso ovest, dove il sole arriva più tardi e la neve rimane ben tirata. Non c’è bisogno di legarsi, salgono veloci e alle 8.00 sono in cima.  Scendono un po’ con doppie su spuntoni e un po’ disarrampicando e alle 10.00 sono di nuovo sul ghiacciaio.

 

Degni di nota solo tre episodi:

  • Terminage n°1 (il “terminage”, anche qui da leggersi alla francese, è la modalità per superare le terminali, che può essere più o meno elegante): Mariana, come da sua tradizione, ama sondare le profondità dei ghiacci e a Claudia per un momento tocca pensare: “Oh mia capitana, non mollarmi qua adesso che oggi non me la sento di fare una solitaria!”.
  • Terminage n°2: Mariana sta disarrampicando l’ultimo pezzo delicato del canale e più sotto Claudia per togliersi dal tiro di eventuali scariche della compagna scende verso il basso velocemente; giusto prima di andare anche lei a sondare le profondità dei ghiacci si ricorda dell’esistenza della terminale: “Mmm. No, forse è meglio aspettare la capitana”. Meglio non descrivere il seguente salto… anche se sarebbe comico.
  • Alpinismo Moderno: mentre loro si legano per attraversare il ghiacciaio arriva dal basso una coppia, senza casco. Nel frattempo dal canale scende un bel comodino di granito con annessa slavina. La coppia sembra non scomporsi e si avventura comunque nel canale. Buona fortuna.

Scendono veloci il ghiacciaio e quando sono sulla morena scatta la mollezza e se la prendono proprio con calma, fanno anche del turismo storico andando a vedere i cannoni della Grande Guerra. Perché alla cultura ci tengono molto!

 

 

IL RITORNO

Arrivano al rifugio e ordinano un piatto di minestrone fumante, mentre lo gustano sentono i rifugisti che bisbigliano: «Ma le ragazze della cima?». Loro orgogliose: «Siamo noi!!». Raccontano delle condizioni trovate al rifugista che sembra tutto contento. Forse ha cambiato idea sul loro conto!

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A pancia piena riprendono il cammino verso le macchine, i blablabla le accompagnano costantemente e vengono toccati i più disparati temi: l’alpinismo, le sensazioni che la montagna trasmette, i modi di comunicarle, l’uso dei Social, l’amore, i massimi sistemi, il precariato giovanile, il nuovo governo, la filosofia, l’astrofisica, le ricette, l’erba amara e via andare.

Arrivano alla macchina che hanno l’andatura di due gatte ferite… ma cosa importa ormai? Quello che rimane è la grande notte stellata, la bellezza dell’alba, il letto di nuvole sotto di loro in cima, la felicità di passare due giorni lontano dalla quotidianità, e i loro fertili blablabla.

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AUTRICI: Claudia ThomaMariana Zantedeschi

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