ALPINISMO FEMMINILE

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Articolo già apparso su GognaBlog il 10 giugno 2018.

Introduzione ad Alpinismo femminile (GPM 077)
di Gian Piero Motti
(da Scandere 1978)

Nome celebre nell’ambiente alpinistico internazionale, Loulou Boulaz ha al suo attivo una folgorante carriera di quasi mezzo secolo di salite di eccezionale valore, iniziata a 19 anni. Nel 1937 partecipò a uno dei primi tentativi alla Nord dell’Eiger. Con le guide Pierre Bonnant e Raymond Lambert, suoi abituali compagni di cordata, effettuò la prima ascensione della parete nord dello Zinalrothorn nonché la seconda ascensione della Nord del Petit Dru.

Nel luglio 1935, con Raymond Lambert, e con la nostra cordata Gervasutti-Chabod, Loulou Boulaz compie la seconda ascensione della parete nord delle Grandes Jorasses (la prima era stata soffiata loro di misura il giorno prima dai tedeschi Martin Meyer e Rudolf Peters) raggiungendone la sommità sotto l’imperversare di un tremendo uragano. «Povera signorina, è vero che sta facendo la Ia femminile della Nord Jorasses, ma in questo momento si trova anche lei in un bel pasticcio!» commenterà Chabod nel suo racconto dell’impresa (Rivista Mensile del CAI 1935, n. 11, novembre), dopo aver avuto, però, agio di ammirare, in un passaggio precedente, «la bravura della signorina Loulou, la quale è passata in testa lei, e supera brillantemente il passaggio, raggiungendomi tutta felice e contenta». (Vedere anche La Cima di Entrelor di Renato Chabod).

Tra le altre ascensioni del suo formidabile curriculum ricorderemo le prime femminili alla Poire, sulla Nord dell’Aiguille Verte, sulla Furggen e sullo sperone Walker dal quale riportò un brutto congelamento e la perdita di alcune dita dei piedi, dopo tre bivacchi passati in parete. Nel 1962, a quasi cinquant’anni, Loulou Boulaz la ritroviamo sull’Eiger in compagnia, questa volta, di Yvette e Michel Vaucher e di Michel Darbellay, costretti però alla ritirata dopo il terzo bivacco per il sopraggiungere del cattivo tempo.

Pur senza porsi alcun problema di «femminismo», Loulou Boulaz ha partecipato a numerose cordate esclusivamente femminili. Prima della guerra, con Lili Durand, effettuò l’ascensione del Requin, traversò il Grand Charmoz e si scalò la Sud del Dente del Gigante, e nel 1969, durante un congresso a Zermatt, si fece una scappatella con Yvette Vaucher sino al Pizzo Badile dove, insieme, portarono a termine la prima femminile della via Cassin.

Alpinismo femminile
di Loulou Boulaz
(da Scandere 1978)
(traduzione di Gian Piero Motti)

Sarebbe sicuramente presuntuoso ed anche un po’ fastidioso voler tracciare in uno spazio così limitato l’evoluzione dell’alpinismo femminile. Immergendoci nella storia dell’alpinismo, certamente resteremo assai sorpresi nello scoprire che il numero e la qualità delle pioniere vanno ben oltre la nostra immaginazione. Nondimeno resteremo ammirati constatando il coraggio e la resistenza fisica e morale con cui portarono a termine le loro imprese. Ma gli ostacoli che dovevano affrontare non erano solo di natura alpinistica. Da un lato, come d’altronde per gli alpinisti di sesso maschile, vi era l’incredulità, la paura e la derisione dei valligiani, per i quali la montagna continuava ad essere un vero e proprio tabù inviolabile. Ma ben più importante era l’opposizione rappresentata dagli immensi pregiudizi di una società drastica e puritana, nella quale il ruolo assunto dalla donna non doveva discostarsi dai canoni intangibili di sottomissione e passività nei riguardi dell’uomo. Allora certo la libertà di vestire di oggi era inimmaginabile. Anche in montagna un certo modo di vestire, inadeguato e ridicolo, era ancora d’obbligo. Ci è difficile immaginare delle graziose ragazze con tanto di ampia crinolina e cappellino, intente a superare un largo crepaccio di un ghiacciaio! D’altronde la montagna, con le sue asperità naturali, non era molto gentile nei riguardi delle ampie gonne arricciate, tanto che a poco a poco tutto «l’ornamento muliebre» cominciò ad essere abbandonato alla base delle prime rocce e poi alla capanna, sotto gli sguardi di un guardiano comprensivo.

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Elisabeth Hawkins-Whitshed

Per molti, la data d’inizio dell’alpinismo femminile coincide con il 1838, anno in cui Henriette d’Angeville raggiunge la vetta del Bianco. Ma ci si dimentica con troppa facilità che Marie Paradis, cameriera a Chamonix, per il capriccio di qualche guida locale, raggiunse praticamente senza allenamento e senza tutta la scorta di aggeggi in uso allora, il punto culminante d’Europa soltanto ventidue anni dopo la prima ascensione effettuata da Jacques Balmat e Gabriel Paccard.

Ormai il dado è tratto. Anche le donne, accanto ai loro compagni uomini, rispondono al richiamo delle cime e cominciano a risalirne le valli. Anch’esse sono ambiziose, desiderano misurare le loro forze, superarsi, godere della sconfinata libertà che il mondo alpino può offrire.

 

L’americana Miriam O’Brian-Underhill, scrittrice e celebre alpinista, ha detto: «Il luogo più pericoloso è il letto: è proprio lì che muore la maggior parte della gente!».

Le inglesi possono essere considerate le pioniere dell’alpinismo femminile. A loro infatti dobbiamo le prime importanti realizzazioni. Elisabeth Hawkins-Whitshed, nata nel 1861 e che ben presto diviene fondatrice del «Ladies Alpine Club», effettua alcune imprese di valore veramente eccezionale, se si pensa che in quell’epoca la crinolina era ancora d’obbligo alla partenza: raggiunge la vetta dell’Aiguille du Midi, delle Grandes Jorasses e del Piz Roseg. Nel 1890 Irène Pigatti sale il Civetta, mentre le due sorelle Pigeon s’avventurano sul Grand Combin. Nel 1877 la Signora Mary Mummery, in compagnia di suo marito e delle guide Alexander Burgener e Franz Andenmatten, scala la cresta del Teufels al Taeschorn, di cui la cordata realizza la prima ascensione, sotto l’occhio disapprovatore ed incredulo dei valligiani, che non avevano certo mancato di ammonirli, predicendo terribili sciagure.

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Eleonore Noll-Hasenclever (circa nel 1910)

Per motivi di spazio, a costo di essere ingiuste e di dimenticare numerose «performances » alpinistiche del sesso debole di quell’epoca, dobbiamo giungere a colei che, all’inizio del secolo, fu definita «la prima alpinista del mondo».

Eleonore Noll-Hasenclever, sebbene in collegio a Losanna, non riesce a resistere al richiamo dei monti e fugge a Zermatt, dove supplica la guida Alexander Burgener di iniziarla all’alpinismo. Dopo averla messa a prova, Burgener giudica il «suo piccolo camoscio» eccezionalmente dotato per l’alpinismo, tanto che la conduce sul Cervino, alla Dent Blanche e alle Grandes Jorasses. Nel 1913 è la volta della Cresta di Zmutt al Cervino. Poi viene il grande «exploit», la discesa della Punta Nordend al Monte Rosa attraverso il Canalone Marinelli, sotto il pericolo di terribili valanghe.

Se si pensa al prestigio che ancora oggi godono queste salite, non si può non restare profondamente ammirati. Eleonore fu compagna degli alpinisti più famosi dell’epoca, tra i quali citiamo Hans Pfann e Willo Welzenbach. Nel 1925 una valanga la travolse al Bishorn.

In Italia Paula Wiesinger, guida e sciatrice di fama internazionale, effettua negli anni Trenta un gran numero di prime ascensioni nelle Dolomiti, aprendo degli itinerari che ancora oggi rientrano nell’estremamente difficile.

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Daisy Voog, prima donna sulla Nord dell’Eiger

È l’epoca in cui l’accanimento, la passione e le qualità fisiche e morali di certe donne vengono loro in aiuto per cercare di abbattere i pregiudizi più radicati. L’alpinismo dilettantistico prende enorme sviluppo, ormai, e accanto ai loro compagni, ecco le donne partecipare alla soluzione dei più grandi problemi delle Alpi. In cordate esclusivamente femminili, da capocordata, ogni stagione le alpiniste realizzano imprese che lasciano stupefatti.

 

 

 

Nell’ambito delle imprese più famose realizzate in questi ultimi anni dall’alpinismo femminile, dobbiamo citare il nome di Claude Kogan (Francia), donna piccola e minuta, ma dotata di grandissima resistenza e tenacia, tale da destare l’ammirazione dei suoi compagni nelle numerose spedizioni effettuate in Sud America, nel Caucaso e nell’Himalaya; di Silvia Metzeltin-Buscaini(Italia), che da capocordata ha compiuto alcune salite estremamente difficili; di Daisy Voog (Germania), che per prima ha vinto la repulsiva parete nord dell’Eiger; di Yvette Attinger-Vaucher (Svizzera), le cui numerose imprese effettuate sulle Alpi e nelle Dolomiti ne fanno una delle figure più significative dell’attuale alpinismo femminile occidentale; infine di Simone Badier (Francia), forse ineguagliabile, capocordata alla parete sud del Fou, scalata di roccia di grado estremo, e capocordata anche al Pilastro Centrale del Freney, ascensione completa e difficile, che richiede doti non comuni di abilità e resistenza, tali da classificarla tra i più grandi alpinisti attuali.

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Se consideriamo la situazione attuale nei diversi paesi europei, sembra, almeno in apparenza, che un’evoluzione più marcata dell’alpinismo femminile sia da registrare nei paesi dell’est europeo. È d’altronde un fenomeno che abbiamo constatato a diverse riprese nelle riunioni annuali dei «Rendez-Vous» di alta montagna, incontri prevalentemente, ma non necessariamente, femminili, che sono sorti a Engelberg (Svizzera) nel 1968, promossi da un anziano e famoso alpinista, Felicitas von Reznicek. Questa associazione organizza, ogni anno in un paese differente, un incontro cui prendono parte le donne alpiniste di una dozzina di paesi, in maggioranza europei. In queste occasioni sovente abbiamo incontrato cordate femminili provenienti dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Bulgaria, dall’Austria, dalla Germania Orientale ed anche dall’URSS, animate da uno spirito di competizione che ci è parso più pronunciato di quello che si può riscontrare nei paesi occidentali.

Le cordate vengono formate a seconda della disponibilità e della simpatia reciproca e talvolta le imprese realizzate sono rimarchevoli. Per esempio nel 1973, una cordata polacca ha attaccato il pilastro Hiebeler sulla parete nord dell’Eiger e lo ha superato in tre giorni d’arrampicata.

Dal Pamir e dal Caucaso ci giunge notizia di spedizioni femminili e sappiamo anche che una cordata ha in progetto di salire un Ottomila in Himalaya.

I problemi tecnici delle donne capocordata
Sovente ci si è posti il problema di sapere se le donne «capocordata» si trovano di fronte a problemi particolari e specifici. Tecnicamente ritengo che i problemi siano gli stessi che si presentano ai loro compagni maschi. Come loro, se esse aspirano a padroneggiare questo sport molto rude, devono cercare di estendere la loro classe, per poter raggiungere con sicurezza tutti i gradi di difficoltà. Nessuno d’altronde può sfuggire a questa legge. Certo sono necessari molta tenacia, volontà e un allenamento costante. I problemi non si incontrano tanto nelle manovre di corda e nella dinamica dell’arrampicata, dove anzi la grazia e l’equilibrio valgono più della forza bruta, ma soprattutto nella chiodatura, che richiede gli sforzi maggiori. Tuttavia l’esperienza ha dimostrato che le donne, se lo vogliono, sono capaci di raggiungere il più alto livello tecnico anche in questo settore particolarmente faticoso.

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I problemi psicologici
Tradizionalmente, la donna, all’inizio, non sembrava all’altezza dell’uomo per lanciarsi in massa nella grande avventura alpina. D’altronde non sono poi molto lontani i tempi in cui, anche a scuola, mentre i maschi svolgevano le loro ore di ginnastica, le ragazze erano intente con ago e filo al ricamo. In tutti i paesi la resistenza alla partecipazione femminile agli sport è stata piuttosto tenace.

La figura della donna che cerca di allontanarsi dalle virtù propriamente domestiche per spezzare un circolo che la imprigionava (e che ancora oggi la imprigiona in certe situazioni e in determinati luoghi) non ha mai destato simpatia e non ha mai ricevuto incitamento in una società bloccata da principi dogmatici e anacronistici, il più delle volte soffocanti ed arbitrari.

È solo da una trentina d’anni a questa parte che possiamo assistere a un rapido e libero accesso delle donne a tutte le discipline sportive. Esse hanno veramente bruciato le tappe, e i risultati sempre più notevoli ne fanno fede: sulle piste di sci il limite dei 100 chilometri orari è stato superato, in atletica i risultati vanno oltre ogni più rosea previsione.

E la grazia femminile? Dove è andata a finire? Oh, la grazia…! State pur tranquilli, cari signori, la grazia è una virtù inerente alla condizione femminile, e per ora, almeno, è ben lungi dall’estinguersi!

Forza fisica – Debolezza
La donna non avrà mai la forza fisica dell’uomo. È un argomento inattaccabile su cui non si può discutere. La donna forse non correrà mai i cento metri in dieci secondi netti. Ma quanti tra voi, uomini, ne siete capaci? Andiamo più lontano, quanti di voi potrebbero prendere parte e uscire vincitori in una gara del genere che li opponesse a specialiste del sesso debole?

Siamo seri. Le donne sono stanche di queste stupide polemiche. Come ha scritto un grande alpinista francese «la loro esperienza ha dimostrato che possono acquistare una forza fisica ed una resistenza assolutamente al di fuori del comune, che possono essere compagne di cordata attente e scrupolose, protette da cedimenti di ogni genere, che si dimostrano abili nelle manovre di corda più difficili, che sanno conservare il loro sangue freddo e la loro lucidità nei momenti più critici. Più volte hanno dimostrato di possedere una resistenza al freddo superiore a quella dei loro compagni maschi».

Prospettive
Dunque l’alpinismo femminile ha acquisito i suoi titoli nobiliari. Ma resta ancora molto cammino da percorrere. Il campo delle spedizioni femminili, verso il quale stiamo andando in un futuro non molto lontano, ci apre delle prospettive esaltanti ed entusiasmanti.

Per terminare, vorrei sottoporre questo aneddoto alla riflessione di chi si sente angosciato e timoroso di non farcela. Conoscete il calabrone? È quell’insetto grosso e pesante, cugino dell’ape. Dopo anni di studi approfonditi, i soloni della fisica meccanica hanno concluso che, dato il peso del suo corpo massiccio e la superficie portante delle ali fragili, il calabrone non è in grado di volare. Ma il calabrone se ne infischia… e vola lo stesso!

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2 pensieri su “ALPINISMO FEMMINILE

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