A PROPOSITO DELLA DONNA IN MONTAGNA

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Il team giapponese in albergo mostra con orgoglio i tracciati della direttissima John Harlin e della via dei Giapponesi (a destra)

Articolo già apparso su GognaBlog il 5 maggio 2018.

AUTORE: Alessandro Gogna

Ma prima o poi uno di noi dovrà sapere, tu hai fatto solo quello che dovevi fare ma prima o poi uno di noi dovrà sapere che io ho veramente cercato di starti vicino (Bob Dylan, One of us must know)

Ancora in ricerca, mi sono venute meno molte sicurezze: non mi sento né di respingere le convinzioni di allora né di confermarle. Non mi vergogno di quanto ho detto o scritto e la ricerca è andata avanti in due sensi: scavando ancor più all’indietro e continuando a indagare sul presente.

Ho sempre creduto opportuno non gettare via nulla, anche le cose per le quali mi dicevo: “Ti occupa solo spazio, butta via!”, oppure: “Ma che cosa te ne fai di questa roba?”.

Credo che l’uomo non pensi sempre alla stessa maniera e che il suo giudizio e il suo carattere siano mutevoli nel tempo. Gli anni sottilmente corrodono le colonne più granitiche, i laghi azzurri si scoprono essere paludi, non c’è nulla che non sia in movimento, in crescita o in degradazione.

Ad esempio, tra la produzione più sconfessata, in fondo ad un cassettone polveroso, c’era un mio inedito del 1970: A pro­posito della donna in montagna. Dopo averlo riletto, lo soppe­sai, incerto. Ma quando capii che la mia esitazione si opponeva alla possibile «brutta figura”, fui spietato e mi risolsi a ripor­tarlo per esteso.

L’ultima parte dell’intervento è delirante: nel rileggere quel­le righe mi sono chiesto con stupore se potevo davvero essere stato io a scriverle; è un estraneo chi ha scritto, uno straniero a me stesso che ancora non sapeva quanto faticoso fosse il riap­propriarsi dei contenuti femminili e che si stupiva nel vedere quanto bellicosamente le ragazze se ne volessero liberare… Il voluto distacco da quel tempo è come un disagio, quel disagio inesprimibile e corrosivo che segue una battuta scontata sugli omosessuali, captata in uno squallido bar di periferia.

Ma in fondo al cuore ho una piccola speranza. Qualcuno di noi esseri diversi dovrà sapere prima o poi. Nessuno a parole di­fende la divisione dei ruoli, però i fatti dimostrano ancora il contrario. Qualcosa mi suggerisce che quel disagio è la buona volontà di sapere.

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Takio Kato, Sussuno Kubo, Satoru Negishi, Hirohumi Amana, Yasuo Kato, Michiko Imai alla conclusione della prima ascensione della via dei Giapponesi all’Eiger, 15 agosto 1969

 

A proposito della donna in montagna
[scritto nel 1970, pubblicato in Un Alpinismo di Ricerca, 2a edizione (1983)]

A Trento, in occasione del Festival dei Film di Montagna, vi fu un dibattito sulla donna in montagna. Io ero fra i presen­ti. Aspettai quasi due ore a prendere la parola per sentire pri­ma le opinioni delle numerosissime rappresentanti dell’alpini­smo femminile, intervenute da ogni parte d’Europa e del mon­do, persino dal Giappone. Ogni tanto parlava anche qualche uomo, facendo sempre un po’ la figura del capofamiglia a ta­vola, che se vuol parlare vede le sue allocuzioni dapprima o­stacolate, poi interrotte, infine fraintese; nonostante ciò vorreb­be sempre conservare quella sua aurea serenità da pater fa­milias. Chi di questi era infatti favorevole a un’effettiva equiparazione dei due sessi in montagna parlava in tono di conces­sione, in rarissimi casi con convinzione. A parte infatti il con­vintissimo Heinz Steinkoetter, tutti i favorevoli erano tali un po’ per scarse attitudini battagliere e amor di quieto vivere, un po’ per quel malinteso spirito di cavalleria che è ancora sal­damente ancorato alla mentalità un tantino ipocrita dell’uomo, e del quale la donna non ha certo bisogno.

Comunque tutti i rappresentanti maschili erano un po’ a disagio, come tanti energumeni in sagrestia. Le donne infatti erano riuscite a creare un ambiente che, sebbene non avesse as­solutamente alcuna delle caratteristiche salottiere, era al salot­to abbastanza vicino per l’animosità con cui esse si avvicina­vano al microfono. Certo la costrizione a parlare ad una per volta sarà stata una grave limitazione, ma forse appunto per questo, una volta afferrato il turno, le parole uscivano con tan­ta veemenza. È stato registrato il primo assalto già dal primo intervento, quello di Silvia Metzeltin Buscaini. Sebbene più che un discorso fosse, almeno all’apparenza, una micidiale en­trata caporalesca in una camerata di soldati semplici in pieno sonno, il contenuto effettivo del messaggio a pieno volume era questo: Silvia Buscaini ha voluto dirci che non importa che noi riconosciamo o meno lo stato di fatto. Tanto la cosa esiste, è reale. Le donne agiscono, e non importa se le loro azioni sia­no o no catalogate e approvate o disapprovate. Tutto questo è in effetti molto esatto. Ma è come cominciare una discussione dicendo: parliamo pure, tanto ho ragione io. A parte questo piccolo rilievo, l’intervento è stato benefico per la tavola ro­tonda in quanto ha “svegliato” tutti i partecipanti. Si sono sus­seguite al microfono molte alpiniste, di ogni nazionalità e con le più svariate caratteristiche. Giovani e timide, meno giovani, carine, matrone, virago. Ricordo di aver nutrito simpatia per il discorso della dottoressa giapponese Michiko Imai, la famosa alpinista che l’estate scorsa sali con cinque compagni una via nuova sulla parete nord dell’Eiger. La giovane dottoressa ci spiegò che le donne hanno una maggiore resistenza biologica in particola­ri condizioni.

Vicino a me erano il giornalista Emanuele Cassarà e Rein­hold Messner, i quali sussultavano ogni qualvolta le afferma­zioni femminili si spingevano a sostenere l’uguaglianza “per­sino” sul piano atletico sportivo. Anch’essi andarono al microfono a sostenere le loro idee. Messner fu assai fischiato. Anch’io mi decisi a parlare e anch’io fui mal capito. Anche per questo voglio ora riprendere l’argomento.

Per me i punti fermi a favore della donna sono:
1) Libertà alla donna di andare in montagna (ci fu persino chi, in passato, discusse questa elementarità, cfr. Franco Grotta­nelli);
2) Sporadica (allo stato attuale) uguaglianza all’uomo sul pia­no tecnico e possibilità di miglioramento ulteriore;
3) Assoluta apertura alla donna in ogni club alpinistico, anche in quelli di élite.

Di queste tre idee sono perfettamente convinto, e non per pavida cavalleria o per pressapochismo.

Invece esiste un assoluto dislivello tra lo spirito d’iniziativa maschile e quello femminile. Le idee di grandi imprese sono sempre state partorite da cervelli maschili, almeno finora (sia ben chiaro che qui parlo di iniziative prettamente alpinistiche che nulla hanno a che vedere con la normale lotta giornaliera per la sopravvivenza, o per la scalata sociale o per la buona conduzione della famiglia, cose in cui le donne sono assolutamente pari a noi, se non superiori).

Se oggi una donna compie una prima ascensione di grado estremo su roccia, è perché ormai questo tipo di salite non è più il vero estremo. L’uomo è già andato ben oltre. Ha portato i pas­saggi di sesto grado a 4000, 5000, 6000. E li porterà a 8000 metri. Questa è l’iniziativa di cui dicevo.

Infine parlerò della cosa più importante. In queste grandi iniziative spesso l’impresa va a buon fine, spesso si rinuncia. In ogni caso la lotta è tremenda, condotta sul filo della resistenza tecnica e biologica. L’uomo spesso esce conciato come una be­stia, esce distrutto, amputato, allucinato. Io, nella mia sensibi­lità maschile, non riesco a sopportare una donna le cui condi­zioni mostrino le sue sofferenze. Non posso vedere la donna che ha perso la sua femminilità, che ha rinunciato ad essere donna, un individuo cioè che non è stato creato per l’inutilità dell’Alpi­nismo. E quando la sofferenza, i patimenti snaturano questa crea­tura, allora non è più giusto che la donna vada in montagna.

Al maschio è lecito soffrire per l’inutile, alla femmina no. Il limite dell’uomo è la vita stessa; per la donna ci si deve fermare prima: la sua natura si deve conservare intatta.

Un pensiero su “A PROPOSITO DELLA DONNA IN MONTAGNA

  1. Marco SognatoreFallito

    L’ultima parte è allucinante e faccio finta di non averla letta nemmeno.
    Io penso che se si volesse discutere seriamente (a che pro, poi? Boh…chiacchiere) della differenza tra i 2 sessi in questo contesto, si dovrebbe fare un’indagine statistica. Non si può ragionare sui singoli casi. Mi spiego:
    Riguardo la differenza di spirito d’iniziativa sono d’accordo anch’io. Ma se mi trovassi in un dibattito in un contesto del genere, sicuramente sarebbero presenti donne con spirito d’iniziativa 1000 volte superiore al mio. Certo, ma sarebbero delle eccezioni.
    Statisticamente parlando, se intervistassimo un numeroso campione di maschi a caso e un numeroso campione di femmine a caso, scopriremmo che lo spirito d’iniziativa RIGUARDO LE AVVENTURE IN MONTAGNA (!) sarebbe molto più presente nei maschi.

    Ciò non significa che le femmine sono imbecilli, anzi lo spirito di iniziativa relativo a molti altri aspetti della vita (magari anche più utili) è molto più presente nelle donne: per esempio nel decidere assieme al partner di lasciare il nido ed andare a vivere insieme, oppure nel decidere di aprire un’attività in proprio, ecc.
    Ma per quanto riguarda i contesti “wild”……… mi dispiace (mi dispiace davvero, per motivi personali) ma MEDIAMENTE la donna ne è molto meno attratta rispetto all’uomo.
    Penso sia anche una questione di istinto naturale: all’epoca dell’uomo primitivo la femmina stava al villaggio ad accudire la prole mentre il maschio andava a cacciare, e per farlo doveva esplorare, ficcarsi in situazioni pericolose, avere predisposizione per la sfida, ecc.

    Dicevo che mi dispiace. Infatti vorrei tanto che mia moglie avesse un po’ più di questo spirito d’avventura….. sigh….

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