Volevo portare mia sorella a fare solo una vietta…

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MARIANA: Volevo portare mia sorella a fare una vietta in montagna, qualcosa di bello ma non troppo impegnativo, dove lei insomma si divertisse. Conoscendo le sue caratteristiche ho pensato alla Preuss sul Campanile Basso, così da attaccarci anche un bell’avvicinamento, e un bell’ambiente. Giusto una cosetta! Ma tutti gli imprevisti di una stagione si sono concentrati in un giorno.

SONJA: E viene il giorno di luglio nel quale mia sorella mi propone un’altra via dolomitica, la seconda della mia vita. Ripenso alla prima, l’anno scorso… mi faccio convincere.

 

LA NOTTE

M: Ho ben pensato di dormire all’adiaccio, molto più poetico dormire sotto le stelle!

SONJA: Ci mettiamo a dormire fuori dal rifugio, dopo una scarpinata notturna. Io non riesco a dormire: ascolto i rumori della notte, le folate di vento, le frane in lontananza… ma perchè non dormo? Dai! Mi accorgo che il materassino si è bucato, fa niente, prima o poi dormirò. E invece no, notte insonne fino a quando noto che le folate di vento si intensificano e cominciano anche i lampi. Quando cominciano le prime gocce sveglio Mariana che dorme pacifica.

M: Non ci faccio caso, impossibile sia realtà! 4 settimane fa, nello stesso identico posto e nella stessa identica situazione mi sono svegliata sotto un temporale. Stavolta dev’essere un dejavù. Ma Sonja ha ragione a insistere… e vista la recidiva so già dove trovare riparo.

SONJA: mi sento dire «Ai bagni!». Figuriamoci addormentarsi adesso, con il temporale che impazza! Chiudo gli occhi alle 3.00.

 

LA MATTINA

M: Durante la notte mi dico che un temporale ci può stare… peccato che alle 5.00, quando suona la sveglia, stia ancora diluviando alla grande… posticipo il risveglio e comincio a preoccuparmi, ma il meteo non doveva essere bello e stabile? Quando verso le 7.00 alcuni alpinisti cominciano a entrare nei bagni, trovandoci una bella sorpresina, sveglio Sonja.

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SONJA: io penso che non ho nessuna voglia di arrampicare sul bagnato, e neanche con il freddo, mia sorella, comunque, sembra decisa ad andare appena spiove.

M: Facciamo colazione che ancora pioviggina, ma ci prepariamo come dovessimo partire davvero. Ammazziamo il tempo giocando a briscola nel rifugio, continuo a guardare fuori dalla finestra e appena vedo una striscia azzurra scatto in piedi e trascino la mia sventurata sorella in quella che si sarebbe rivelata un’epopea assurda.

Sistemo l’ultimo materiale nello zainetto e mi viene in mano la frontale: “La porto? Naaa… vuoi mai che per 9 tiri di IV facciamo notte?? Naaa… ma che sia il caso di portarla per scaramanzia? Vabbè dai, buttiamo dentro che non si sa mai, per quello che pesa!”.

 

LA RELAZIONE

SONJA: Partiamo in gran fretta lungo il sentiero di avvicinamento. Al momento di fare lo zaino non sapevo dove mettere il telefono dove c’era fotografata la relazione della via. Alla fine lo metto in tasca, protetto da due calzetti, sperando di non doverlo mai tirare fuori… perchè mi ricordo del cellulare di Mariana morto schiantato giù da non so che pilone dolomitico la settimana precedente.

Ma a un certo punto Mariana fa: «Sai cosa ho dimenticato?», tremo: «Cosa?», «La relazione della via». «Bè, io non voglio usare il mio telefono in via, non ho soldi per comprarne uno nuovo!». Riparto sconsolata, pensando che mi sta bene, dovevo ricordargliela io la relazione.

 

AVVICINAMENTO

M: Verso la ferrata delle Bocchette comincio a ripetere che «Sonja vedrai che sarà tutto asciutto!!» – «Ma cosa stai dicendo?? È piovuto tutta la notte e guarda come è bagnato, piuttosto pensa a non scivolare» – «Ti giuro Sonja che se viene fuori un po’ di sole tutto si sistema». Il mio è un atto di fede… nuvole basse tutto attorno.

SONJA: Il sentiero segue con delle roccette e poi con un pezzo di ferrata, poi ancora roccette. Ecco, quest’ultimo è stato il punto dove ho avuto paura: erano instabili e tutto era bagnatissimo (Mariana giuliva «Guarda, è già quasi tutto asciutto!»), inoltre sotto c’era il solito baratro. Pensavo: ma io non avevo altri progetti nella vita? Io a settembre devo andare in Francia!

 

ATTACCO

M: Arriviamo all’attacco e ci troviamo accampato un intero corso Cai, non voglio nemmeno pensare alle leggende sui corsi Cai che ho sentito in giro, mi auguro piuttosto che si buttino sulla Normale o che per lo meno gli allievi siano ben rodati. Poco dopo arriva un’altra cordata, due Bolzanini molto simpatici con i quali fraternizzeremo nella cattiva sorte.

SONJA. Finalmente l’attacco. C’è coda, e dopo di noi arriva ancora gente, come avranno fatto questi a superare in tranquillità le roccette?? Ma lì già mi sento molto più sicura, almeno siamo attaccati a un chiodo!

M: Il tappo caiano prende forma già dai primi tiri, per respirare un po’ di fluida scalata senza gente davanti prendo una variante e finisco per un po’ sulla via Fox, ma manco farlo apposta nella sosta sotto il camino Scotoni ritrovo il team caiano. Vedo che gli allievi arrancano, cominciano a essere stanchi e ad appendersi.

 

SU DAL CAMINO

M: Quando mi ritrovo a intorcolarmi dentro il camino capisco i poveri allievi… arranco fino alla sosta sullo stradone provinciale e metto in tensione le corde di Sonja a più non posso,

SONJA: Di fronte a questo passaggio più o meno tecnico devo richiamare alla mente tutti i vecchi insegnamenti e mi ripeto a mezza voce: opposizione, appoggiati… tuttavia, quando li trovo, mi aggrappo ai cordoni, scalo come un gatto ferito. Poi vedo un friend di Mariana: “No, questo non lo tiro, se viene via??”.

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UN’ORA E MEZZA SULLO STRADONE

M: Dal cengione in poi la situazione precipita, mi ero illusa che gli istruttori Cai avessero chiaro il grado della Preuss e soprattutto le condizioni degli allievi… i poveretti stanno appesi come salami, facendo una fatica incredibile, e con gli sguardi sgomenti, e ci credo! Il tutto poi era condito con nuvole che andavano e venivano, a volte c’era limpidissimo, altre una nebbia da valpadana. Insomma l’ambiente era grandioso ma non aiutava gli sventurati.

Sullo stradone provinciale noi e i Bolzanini ci incartiamo per ben 1,30h. Non voglio battere ritirata calandomi, e quando ce la riporto mia sorella sul Campanil Basso?? Non sappiamo più come far passare il tempo, mangiamo, facciamo pipì, guardiamo le nuvole, ci facciamo i selfie, e ripassiamo le doppie. Poi finalmente la progressione lentamente ricomincia.

Comincio a provare antipatia per i caiani, ma come gli è saltato in mente di portare un numero spropositato di poveri principianti sul Campanil Basso?? Intasando tutte le vie più facili di una delle torri più gettonate delle Dolomiti?

 

ULTIMI TIRI

SONJA: Ma quanto ci abbiamo messo a fare ‘sti ultimi quattro tiri! Ogni volta che mia sorella mi lasciava in sosta a farle sicura, saliva la nebbia, e mi circondava. Rimanevo lì appesa via, del tutto sola nel bianco, senza poter vedere nulla a più di un metro in tutte le direzioni, tutte le altre cordate si erano dileguate davanti a noi. Poi dovevo aspettare, nella mia solitudine, almeno mezz’ora, prima di ascoltare il grido “Parti!”

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Questa lentezza era dovuta al traffico di gente, e l’unica era aspettare. Ero abbastanza stanca, e per non farmi prendere dalla fretta arrampicando male e affaticandomi definitivamente, continuavo a ripetermi “alza i piedi, alza i piedi”.

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LA CIMA

SONJA: Siamo in cima! Una scampanata velocissima, uno sguardo intorno e via alla prima doppia, già attrezzata dalla cordata dei simpatici bolzanini, con i quali avevamo concordato di scendere insieme.

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LE DOPPIE

M: La prima doppia si incastra. I due bolzanini, a frittata fatta, mi guardano a bocca aperta, mia sorella che è attaccata a un chiodo singolo mi guarda pure lei un po’ perplessa. «Bè gente bisogna arrampicare a scastrarlo! Tò fammi sicura», non capisco se i bolzanini hanno capito cosa sto facendo, vedo sguardi vaqui. Parto con le scarpe su per un rumego giallo, dopo due metri, torno sui miei passi “le scarpette, non ammazziamoci adesso”; butto un friends, trovo una clessidretta, e miracolo, su un pulpito pure una sosta! Non ho idea di che via sia, ma provvidenziale per lanciarmi in un traverso giallo-marcio e scastrare il nodo.

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RITORNO AL BUIO

M: Anche le altre doppie non ci risparmiano, ma deo gratia a un certo punto arriviamo a terra, i caiani maledetti si sono dileguati (lentissimi in salita e bolidi in discesa, ancora non me lo spiego). Loro non ci sono più, ma sul primo tiro della via, nonché ultima calata, troviamo una loro mezza corda, pseudo incastrata e lì abbandonata. I bolzanini decidono che è il loro bottino. Mi chiedo perché i caiani l’abbiano lasciata lì su un tiro di III, talmente facile che l’avevo fatto in scarpe d’avvicinamento, perché non hanno arrampicato per scastrarla? Misteri Cai.

SONJA: Meno male che il buio ci coglie quando le doppie le abbiamo già terminate, siamo nella ferrata e i simpatici bolzanini ci salutano e vanno via veloci davanti a noi. Io non ho voglia di rischiare assolutamente nulla, quindi nella ferrata procedo da manuale alla luce della frontale. Sento che Mariana si spazientisce, ma ho le idee chiare, tanto non ce l’avremmo mai fatta a scendere prima del buio, quindi tanto vale non farsi prendere dalla fretta. Penso che sarebbe stupidissimo che succedesse un incidente qui, quindi ciao, io mi attacco a tutti i cavi con tutti i moschettoni.

M: Rimaniamo sole, circondate da roccia, nuvole e tramonto, ci infiliamo nelle Bocchette, vedo che Sonja si assicura a mo’ di ferrata a tutti i santi pezzi di cavo, la cosa mi esaspera, ma non posso dirle di non farlo. Non mi resta che copiarla, almeno ammazzo il tempo. Di cavo in cavo arriviamo sul ghiaione sotto, e lì abbiamo un bel da fare a trovare i segni del sentiero.

SONJA: A ritroso per tutto il sentiero, per tutte le roccette, per il ghiaione, stando attentissime a non perdere di vista i segnali. Nella mia calma cerco comunque di essere efficiente, quindi salto di segno in segno, contenta quando vedo il successivo. A volte penso ad alta voce e a un certo punto Mariana scoppia (anche lei doveva essere stanca), si ferma e dice: «Ma vuoi stare zitta? Ascolta il silenzio invece, quando ti ricapiterà più? E guarda le stelle!». Preferisco non cominciare una discussione tra due persone non del tutto lucide, ma penso: “Ma quali stelle che ci sono un sacco di nuvole?”.

M: Sonja è impressionante, è un alpinista senza mai esserlo stata, si muove come un segugio. Anche durante le doppie, non ha mai perso il controllo, dava l’impressione di sapere benissimo cosa fare e capiva al volo tutte le dinamiche. Però un po’ si scompone: quando insulta i caiani e la loro carovana.

 

L’ARRIVO AL RIFUGIO

SONJA: Arriviamo sfinite alle 23.20, e ci sediamo subito a un tavolo fuori per mangiare qualcosa, ma non ho nemmeno fame e mangiucchio un uovo sodo mentre arriva la squadra del Cai. Ci chiedono com’è andata e vogliono commentare un po’ la giornata. Non partecipo molto, anche perchè non avevo capito subito chi erano, al buio non vedevo bene le facce e a dire la verità non avevo voglia di parlare.

MARIANA: Cotte stracotte, decidiamo di dormire lì anche quella notte… mentre ci prepariamo per le nanne si fanno avanti i caiani e ci danno gli ultimi spunti per odiarli definitivamente: «Tutto bene ragazze? A che ora siete tornate? Alle 11.30? Eh capita!» – sguardo truce – «Sono stati bravi eh i nostri allievi! Hanno fatto il Campanil Basso al quarto fine settimana di corso!!!», sono perplessa… “hanno fatto”?? Avrei da ridire su “chi ha fatto cosa”, ma li lascio nella loro convinzione.

Poi la chicca: «Ragazze ma non è che avete trovato una mezza corda??» – «Eh sì ma ce l’hanno i bolzanini e sono già verso la macchina… ma poi perché l’avete lasciata lì?» – «Eravamo stanchi e non ne potevamo più!» – «Ma con quello che costa!! Ed era su un tiro di III!!» – «Eh ma è del Cai!» – Bell’insegamento agli allievi: che fai quando ti si incastra un corda? La lasci lì tanto paga il Cai! E la fai portare giù ai disgraziati che ti sono stati dietro tutto il giorno! Poi però gliela vai a chiedere eh!.

Mah… fatto sta che ero ben contenta che la corda fosse in groppa ai bolzanini.

 

SECONDA NOTTE AI BAGNI E LIETO FINE

SONJA: Da gran sfacciate passiamo un’altra notte nell’antibagno del rifugio. Ci alziamo presto perchè la gente comincia a voler utilizzare il lavandino, ma tanto io non avevo dormito neanche questa notte, e ho voglia di partire.

M: chiamiamo subito a casa, perché l’ultimo messaggio inviato dopo la via era stato un “stiamo tornando”, poi il cellulare si era scaricato, e mia mamma non aveva mai saputo se a casa o al rifugio…

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SONJA: Mariana mi porta in pasticceria. Ecco, scesa, ho già fatto il reset inconscio dei momenti paurosi, e forse accetterei la prossima proposta, maledizione!

Non so per quale motivo, anche dopo aver passato momenti di paura, alla fine mi rimangono impresse quasi solo le belle sensazioni della giornata, quindi poi, alla successiva proposta della sorella, puntualmente ci ricasco.

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Autrice: Mariana Zantedeschi

 

 

 

 

 

 

 

 

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8 pensieri su “Volevo portare mia sorella a fare solo una vietta…

  1. Marco SognatoreFallito

    Davvero un bel racconto.
    Complimenti a entrambe, che avete 2 palle così.
    La montagna davvero forma il carattere, altro che il servizio militare!

    Molto carino questa espesione dei 2 punti di vista.
    Mi fa riflettere sul fatto che c’è sempre uno dei 2 che è il “capo iniziativa” che ha più entusiasmo e follia, e l’altro che invece è quello che accetta la proposta ma poi si rende conto di non avere quella follia e nemmeno tutto quanto quell’inesauribile entusiasmo che ha il “capo”.
    Questo tipo di compagnìe (che potrebbe essere di qualunque dimensione, ma il caso più semplice da spiegare è quello della coppia) funzionano bene quando il “secondo” si affida al “capo” e lo stima, si fida e ,cosa che facilita ulteriormente, è anche di animo docile.
    Se invece il più folle, avventuroso, propositivo è un uomo docile e il “secondo” è una moglie nervosetta e dallo scazzo facile, questo genere di cose diventano praticamente impossibili. E ogni tentativo (che non andrà oltre il tentativo) si trasformerà in un weekend di merda.

    Ultima cosa: sonja si lamenta della prima notte insonne….e poi dice di essersi addormentata alle 3. Che non si lamenti!! In situazioni simili io non ho chiuso occhio tutta notte!

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  2. Nicola

    Bel racconto, complimenti.
    Meno al corso Cai ma posso confermare che non sono tutti così, anzi forse questa è l’eccezione.
    Ci sarebbe da sentire anche la loro voce per avere un quadro più completo ed obiettivo ma il paranco lo usiamo di solito solo in emergenza o per dare un piccolo aiuto, non per portare allievi dove non si divertono e sopratutto imparano nulla od un domani non riusciranno a salire da soli.
    Almeno questo dovrebbe essere il proposito di un corso.

    Buona montagna a tutti e soprattutto a tutte!
    Nicola

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  3. Luca

    Ciao, bel racconto e complimenti per la salita!
    Anche noi un paio di settimane prima ci siamo ritrovati all’attacco con davanti (e in parte dietro) un corso CAI, per fortuna avanzato, e abbiamo dovuto aspettare un buon paio d’ore. Stessa cosa l’anno prima al Campanile di val Montanaia, dove però era un corso base.

    Il problema non è soltanto la lentezza, ma anche il decidere di portare tante persone in piena stagione sulle vie più frequentate, intasando di conseguenza anche i rifugi: sulle Alpi ci sono salite per ogni difficoltà, anche molto più comode, e tante zone splendide dove non va quasi nessuno. Perché il CAI non spinge per andare lì? Poi gli allievi, se vorranno continuare, ci andranno in autonomia o con le guide a fare le superclassiche.
    Un saluto,
    Luca

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  4. Giovanni

    Wow….Ma è bellissimo!!
    complimenti ragazze che bella storia e che bella salita.
    Ho apprezzato molto lo stile spartano, la padronanza delle situazioni e la bella prova di carattere!
    Mi avete fatto venire voglia di andare a provare la Preuss al campanile Basso;
    Grazie per queste belle pagine web.

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  5. Pingback: Volevo portare mia sorella a fare solo una vietta… - GognaBlog

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