ESSERE SE STESSI IN PIENA CONSAPEVOLEZZA

Nel luglio scorso sono stata contattata per partecipare al convegno di Montagnaterapia che si sarebbe tenuto a Pordenone in Novembre. In particolare avrei dovuto presentare una breve relazione da tenere alla Tavola Rotonda “Elogio dell’ascesa: la verticale del fare anima”, organizzata da Temenos, un’associazione di studiosi junghiani. Sarei stata in compagnia dell’alpinista e amico Alessandro Bau, del campione di arrampicata sportiva non vedente Simone Salvagnin, di un monaco buddista, di uno sociologo e studioso di pratiche sciamaniche e, naturalmente, di uno psicoterapeuta. Ho accettato con curiosità  e un po’ di perplessità (cosa cavolo avrei detto?).Il testo che segue è il mio breve intervento:

ESSERE SE STESSI IN PIENA CONSAPEVOLEZZA

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Sono un’insegnante di italiano, mamma di due figli ormai grandi e faccio fatica a definirmi un’alpinista, diciamo che mi piace salire le montagne. Questa estate mi è stato chiesto di partecipare a una tavola rotonda sul tema “Elogio dell’ascesa”, all’interno di un convegno di Montagnaterapia: per mesi ho pensato all’incontro, a cosa significa per me andare in alto, se davvero l’esperienza del verticale per me è un percorso interiore e spirituale. La prima risposta immediata è stata sì, ma perchè, e da dove partire per provare a spiegarlo ?

Ad ottobre ho visto il bel film che Vinicio Stefanello ha dedicato al grande alpinista Chris Bonnington, dove gli veniva chiesto di spiegare cosa era per lui arrampicare. Questa la sua risposta:

Credo si debba iniziare dal gesto atletico fisico, di quando stai arrampicando molto bene, di quando hai un controllo completo sul tuo corpo e delle tue capacità atletiche per superare un tratto di roccia. In questo l’arrampicata è come qualsiasi altro sport, se sei un ginnasta, un corridore un calciatore, uno sciatore la bellezza sta nella completa padronanza del proprio corpo per fare quello che si vuole. Ma dove penso che l’arrampicata sia un po’ diversa da  molte altre attività è nell’elemento del rischio – che credo sia la parte essenziale dell’arrampicata che ti porta al limite fisico ma anche al punto in cui se cadi ti fai del male e potresti anche ucciderti. Questo elemento del rischio, questo tipo di picchio di rischio,  è una parte essenziale, la parte che crea dipendenza, se volete, dall’arrampicata.

Ma poi penso che ci sono tanti altri aspetti, Per me c”è ‘elemento dell’esplorazione, dell’andare in posti dove nessuno è mai stato prima. Poi c’è anche la bellezza della montagna che è così importante, il fatto che stai arrampicando in uno scenario di tale straordinaria bellezza a prescindere che di tratti di Europa, Himalaya o Antartide.

E poi c’è anche l’amicizia, questo è importante, la compagnia e l’intensità dell’amicizia con le persone che, diciamocelo, hanno letteralmente la tua vita nelle loro mani.

Infine, forse più controverso, ma è lì, c’è l’ego . Quando dici voglio essere il primo, c’è la gioia dell’esplorazione ma c’è anche il piccolo godimento di essere il primo e devo dire che anche ricevere premi è importante,

E poi c’è anche il gusto della competizione, non c’è dubbio e molto spesso è evidente, stai correndo verso la cima dell’Everest. Facendo a gara per essere il primo in questo e in quello, e anche questo è importante.

Ho voluto iniziare da qui, perchè credo che le motivazioni di Bonnington siano ampiamente condivise da molti alpinisti. In realtà, per quanto mi riguarda, ci sono solo due aspetti  che condivido pienamente, la bellezza del luogo in cui ti trovi, e l’amicizia delle persone con cui sei.

Per il resto, l’amore per il rischio, la famosa ricerca di adrenalina, o la competizione, sono elementi che mi sono totalmente estranei.

Il mio primo incontro con il verticale  è stato sull’Appennino emiliano, sono di Bologna, con le suore con cui passavo l’estate in colonia. Non ho un ricordo molto esaltante, a dire il vero. Lunghe passeggiate con pesantissime borse coi manici da portare a turno che contenevano panini un po’ rinsecchiti da mangiare per merenda. Si camminava sempre cantando, ero piccola , 6/8 anni, mi mancavano i miei genitori, e poi le mie amiche andavano al mare. Mi piaceva molto però la gita che si faceva ogni anno, la salita sul monte Corno alle Scale, con sosta al rifugio Scaffaiolo, si saliva sulla cima di un monte, c’era sempre vento, e nelle giornate limpide a volte abbiamo visto il mare e la Corsica.

Tutto è cambiato quando i miei genitori hanno preso una casa in Valle d’Aosta, e allora sì, lì è scoppiato un  amore assoluto che non mi ha più lasciato.

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Per me i 4 mesi che passavo in Valle erano, finalmente, la libertà assoluta. Sono figlia unica e i  miei genitori, molto protettivi e decisamente restrittivi, per un motivo che mi è ancora incomprensibile, mi lasciavano in montagna una libertà  incredibile. La mattina partivo con il mio cane, un panino nello zaino e fino a sera potevo andare tranquillamente a vagare nei boschi, negli alpeggi sopra il paese, scendere al paese vicino dove incontravo ragazzini della mia età con cui fare di tutto e di più.

Credo però che l’incontro, quello con la I maiuscola con la montagna, con il salire le montagne, ad essere precisi risalga a un momento ben definito. A una visita al colle del Gran San Bernardo. I miei e i loro amici si erano fermati giù al passo, a mangiare. Era pieno di gente, di turisti, di pulmann e di auto, alzando lo sguardo si vedevano tutto intorno le montagne, ed io senza dire niente a nessuno ho preso un sentiero e ho iniziato a salire, volevo semplicemente vedere cosa si vedeva dopo un piccolo colle, ma dopo il colle ce n’era un altro e un altro ancora, e non si vedeva niente di interessante. Così salivo, salivo. Sentivo, è vero le urla dei miei che mi chiamavano e sapevo che stavo combinando un guaio, ma mi sembrava che vedere cosa ci fosse al di là ne valesse sicuramente la pena. E finalmente, ecco, delle montagne per me altissime, con un lago e la neve,e i fiori, e il silenzio, mi sono messa a sedere e mi è venuto da piangere, dovevo avere 12 anni o forse meno, e mi ricordo che ho pensato, ma io voglio restare sempre qui, perchè è bellissimo.

Quindi penso che il primo motore, anche se non il più importante, sia stato la ricerca della bellezza, perchè le montagne son bellissime da togliere il fiato, a volte.

Credo però che il motivo più importante per cui ho iniziato a salire le montagne sia stato il fatto che per la prima volta in vita mia mi sono sentita al mio posto, nel luogo in cui potevo finalmente essere me stessa senza nessuno che mi dicesse cosa e come dovevo essere.

Forse oggi per una ragazza è diverso, ma ne dubito. io ho sofferto tantissimo dei modelli che  mi venivano imposti, del dover essere quello che ”la società “si aspettava da me. Che mi piacessero le feste, le disco, passare i pomeriggi in centro e fare shopping. Le ho fatte tutte queste cose, nei lunghi mesi invernali a Bologna, ma l’estate cambiava tutto, c’era questo mondo infinito e vastissimo dove potevo respirare.

Andavo molte volte da sola, col cane, sempre col desiderio di salire più in alto, inizialmente per vedere cosa c’era lassù, poi, pian piano è venuto un altro desiderio, quello di far parte del mondo della montagna. Mi spiego meglio, mi sembrava, e devo ammettere che in un certo senso mi sembra tuttora, che se riesco a salire in alto, sulla montagna, entro in un mondo altro, quello delle terre alte, ed è come se potessi partecipare anche io a quel mondo di grande bellezza ed armonia.

Non riuscivo più ad accontentarmi di restare solo a guardarle dal fondo valle, se riuscivo a salire, a camminarci in mezzo, e dopo ad accarezzare le pareti, ero dentro la montagna, non ero più una estranea, diventavo in un  certo senso un ‘amica, se riuscivo a conoscere intimamente la montagna, salendola e camminandoci intorno, sarei stata accettata dalla montagna stessa.

Torniamo al senso di armonia che si prova ad andare in montagna. Rebecca Solnit nel fondamentale libro Storia del camminare scrive che Camminare allinea perfettamente il nostro corpo la nostra mente e il mondo, superando così quelle dissociazioni e frammentazioni che a volte rendono l’esistenza tanto disperante.

Se questo è vero per comminare, per me è stato enormemente più vero nello scalare.

Le prime volte che sono andata è stato terribile, ero impacciata, mi si aprivano le mani, ero sempre appesa come un salame, non sapevo dove mettere i piedi, e proprio quello che avevo sempre cercato in montagna, l’armonia con me stessa, sentirmi a casa, nel posto giusto, era svanito.

Ero tristissima, tornavo a casa con un senso di frustrazione assoluta, Perchè non ero capace ?

Poi pian piano, le cose sono migliorate, non sono certo una grande alpinista, ma ho scalato tante tante pareti, e spesso, non sempre, certo, perchè le perfezione non è di questo mondo, ma spesso ho ritrovato quell’assoluto equilibrio, e soprattutto contatto con me stessa che nella vita quotidiana faccio tanta fatica a vivere.

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Sono una persona terribilmente distratta e svagata, perdo continuamente oggetti, cose, dimentico tutto, appuntamenti, impegni presi. I miei figli non mi sopportano a volte, mi accusano di non ascoltare, di avere la testa sempre da un’altra parte. Di non esserci nelle cose. E’ vero, faccio una fatica terribile a vivere l’attimo che sto vivendo, tendo sempre ad allontanarmi con il pensiero ed essere da un’altra parte. Forse risale a questo mio enorme difetto l’altra mia grande passione, quella di leggere dei romanzi, perchè così mi perdo in storie.

Arrampicare mi dà la straordinaria possibilità di essere perfettamente presente. Perchè se mi distraggo precipito, e questo non mi farebbe piacere. La cosa che mi piace di più è arrampicare da capocordata in montagna, su difficoltà che posso gestire, Non amo il rischio l’ho già detto, se fossi su difficoltà per me troppo alte, con un’alta probabilità di cadere, avrei paura, e non mi piace avere paura. Invece trovo assolutamente appagante la concentrazione che richiede la scalata, il fatto che mentre arrampico riesco ad avere una concentrazione assoluta. Che non ci sono altri pensieri che mi portano lontano, che finalmente riesco a stare nelle cose e a vivere il presente.

E’ forse l’unica forma di meditazione che riesco  praticare, io che sono così terribilmente occidentale e assolutamente refrattaria al misticismo.

Vorrei parlare di un ultimo aspetto. Esiste un modo femminile di vivere l’alpinismo?

Scalo soprattutto con compagni maschi, per il semplice fatto che le donne sono ancora un po’ pochine, soprattutto per andare in montagna. Non so perchè le donne scalino poco in montagna. Vanno sempre di più in falesia e ancor più nelle palestre indoor, con ottimi risultati, ma il terreno d’avventura come lo chiamano i francesi sembra non le attragga.  Ho fatto alcune vie con donne, con alcune mi sono trovata bene, con altre meno, esattamente come con i compagni maschi. Non vedo un modo femminile di vivere l’alpinismo: la competizione, l’ego, la ricerca delle performance è altrettanto presente. C’è però un fattore che, ahimè, ci accomuna tutte. Ho l’impressione che dobbiamo molto di più dei  nostri colleghi maschi giustificare la nostra passione.  Arrampicare  viene visto dal pensiero corrente come una perdita di tempo, un’attività rischiosa (anche se non amo il rischio sono perfettamente consapevole che si tratta di un’attività fortemente rischiosa).  Siamo, secondo la bellissima definizione di Lionel Terray i conquistatori dell’inutile, e ho l’impressione che se il pensiero corrente giudichi gli alpinisti persone eccentriche e spericolate, e le donne siano considerate ancor più fuori posto.  Quando dico che mi sento a casa in mezzo a una parete, appesa ad una sosta, e mentre mi guardo intorno sono davvero felice, sento grande perplessità e disapprovazione. Sento chiaramente che pensano che le donne dovrebbero trovare il proprio equilibrio in altre attività, (mi hanno anche detto, ma non ti piacerebbe fare cose più creative, come  dipingere o cucinare ?), per cui credo che la spiegazione migliore, quella che chiude ogni discorso sia la risposta di Mummery. Scalo la montagna perchè è là.

Paola Longo

PAOLA LONGO – Sono Paola Lugo, nata a Bologna 57 anni fa. Dall’89 vivo a Vicenza, da dove raggiungo le  montagne molto più facilmente. Ho due figli grandi, un cane, un gatto, tantissimi libri e una quantità imbarazzante  di vecchie scarpette di arrampicata che non mi decido a buttare via. Ufficialmente sono un’insegnante di italiano in un istituto tecnico. I miei studenti tutto sommato mi piacciono e a volte mi diverto molto. Non so se è lo stesso per loro. Da quando ho otto anni vado in montagna appena posso, ho camminato tanto, tantissimo, e scalato altrettanto, anche se mi sembra sempre di non farlo abbastanza. Da un anno, però, devo aiutare mio figlio a gestire un bed and breakfast a Lumignano, scalo pochissimo e sono diventata una vecchia signora un po’ acida. Anni fa ho scritto due libri, Montagne ribelli e Le 101 passeggiate più belle d’Italia. Anche a scrivere mi sono divertita, soprattutto perchè farlo mi ha permesso di conoscere luoghi e persone meravigliose.

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