Gran Sasso Report – arrampicare a Sbogolandia 2

Driiin Driiin Driiin

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Vista dal Rifugio Franchetti

Suona la sveglia nella camerata e un po’ assonnati ci vestiamo, tutti pronti per buttar giù un boccone a colazione e poi andare a scalare. Ma ci attende una brutta sorpresa… usciamo dal rifugio per far pipì, e non riusciamo nemmeno a raggiungere il bagno perchè imperversa il famoso vento patagonico del Gran Sasso.

In queste condizioni scalare è impossibile e la disperazione prende il possesso della compagnia: Seba, Luc e Tommi si ritirano nelle loro stanze piangendo, il Gabba fa fuori tutte le sue scorte di tabacco e il Dimi affoga il dispiacere nella Nutella, perfino il cane Zen compartecipa al lutto. Noi ragazze invece ci diamo al gioco delle carte.

Ma ecco che dal fondovalle vediamo salire il salvatore, il rifugista Luca Mazzoleni, che ci consiglia la via “Trent’anni” sulla parete est del Corno Piccolo, riparata dal vento. Non fa in tempo a finire la frase che abbiamo già gli zaini in spalla e l’imbrago addosso.

Precedute dalla cordata Gabbitri+Luc superiamo, con non poche difficoltà, il nevaio sotto l’attacco. E qui iniziano le danze tra oceani di placche, rigole e fessure, proteggersi è talmente semplice che di chiodi lungo la via se ne sono visti davvero pochi. Ci controlla dall’alto l’orecchio vigile del buon Luc che si sorbisce tutti i nostri blabla.

La via è un’oasi di pace dal vento e appena facciamo capolino in cresta ci ritroviamo ancora in ambiente patagonico, con nuvoloni neri all’orizzonte; allora Dimitri, con la scusa di far parte del soccorso alpino, ci convince a tornare al rifugio in tempo per la merenda. Invece gli altri, tracotanti :-p, vogliono fare un’altra via, beccandosi così tutta la pioggia (nel frattempo noi ci ingozziamo al coperto di pane e salame… steccaaaaa!!).

Ed ecco che arriva il famigerato momento di scegliere cosa fare il giorno dopo… la posta in gioco è alta: rimangono solo vie di V grado. Sfogliando le nostre mitiche fotocopie nel giro di 10 minuti abbiamo già deciso: via del Vecchiaccio sulla seconda spalla del Corno Piccolo.

 

Il quarto giorno inizia alle 6.30, quando ci incolonniamo sul sentiero Ventricini, infatti tutti hanno scelto vie accanto alla nostra, che sarebbero sbucate poi nello stesso punto.

All’inizio tutto comincia tranquillo, non c’è vento, il sole sta arrivando e abbiamo suddiviso i tiri in modo che Mariana faccia il chiave. Ma dopo il primo tiro, l’unico di IV, la musica cambia parecchio: si alza il vento patagonico e le placche si trasformano in veri e propri giochi da equilibristi, in più la relazione che abbiamo ripercorre una variante della morte e noi ce ne rendiamo conto solo strada facendo.

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La nostra cordata

Il primo segno di cedimento lo nota Anna, sentendo Mariana piantare con disperazione un chiodo; da lì inizia l’epopea, cerchiamo conforto nelle altre cordate, che sono solo a pochi metri da noi, ma il vento disperde le nostre parole, e comunque anche loro hanno personali battaglie da combattere.

Poi Anna chiede: “Fammi vedere quella maledetta relazione”, allora Mariana tira fuori la macchina fotografica per vederne la foto, fa zoom, ma con i guanti il tocco non è proprio preciso e si trova davanti questa scritta: “Tagliare la foto? SÌ – NO” e Mariana: “No no no no no!”, ma con le manopole accidentalmente preme SÌ. Così rimaniamo senza relazione, pure.

Sotto l’ultimo tiro ci accorgiamo che, avendo calcolato male, il tiro chiave tocca ad Anna, ma testuali parole di Mariana: “Non ti preoccupare Anna, dai ricordi della relazione sul difficile c’è una sfilza di chiodi a pressione e poi diventa III, secondo me vai tranquilla!”.

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Vai tranquilla Anna!!

Anna parte e cerca di scalare in libera, in effetti la chiodatura è corta, ma il saggio Luc, lì a pochi metri le urla: “Sono chiodi a pressione!! Piuttosto di volare… tiraliii!”. Fosse stato quello il problema… finiti i chiodi rimaneva una placca improteggibile, sferzata dal vento e senza segni di passaggio.

Dopo un po’ di meditazione, con gli occhi fuori dalle orbite Anna lascia l’ultimo chiodo per sfidare l’ignoto. E finalmente può urlare (ma tanto la sente solo il vento): VETTAAAAAAAA!!!

A ruota arrivano in cima anche le altre cordate e ci prepariamo per la discesa: 4 doppie, che tra corde incastrate e ingarbugliate, durano un’eternità.

Finalmente a terra possiamo tornare al rifugio, recuperare gli zainoni e fiondarci a valle, dove alle 22.30 precise abbiamo appuntamento con gli arrosticini… d’altra parte era dalle 6.30 che non mangiavamo nulla di decente.

E così a suon di birra e bontà abruzzesi si conclude il nostro climbing trip al Gran Sasso… a questo proposito vogliamo ringraziare alcune persone:

  • I rifugisti del Rifugio Franchetti, e anche il cane Zen, persone speciali che ci hanno fatto sentire a casa, lasciandoci colonizzare per alcuni giorni l’intero rifugio.
  • Federico e Marco, due amici abruzzesi che si sono uniti a noi l’ultimo giorno e ci hanno fatto da ciceroni nella loro terra, dandoci anche ospitalità.

E non dimentichiamo i nostri compagni di viaggio:

  • Luc, grazie per il tuo entusiasmo e per averci coinvolto in quest’avventura, il cibo che hai comprato per il popolo era perfetto!
  • Dimi, grazie per aver affettato salami per 4 giorni, ma anche grazie per il tuo spirito tranquillo;
  • Gabba, grazie per averci sopportato in silenzio, ma anche grazie per la calma che emani;
  • Tommi, grazie per aver portato Seba a fare cose dure, così si è messo buono;
  • Seba, grazie per i friends (lo sappiamo siamo delle barbone), e per spingerci a credere in noi.

Mariana e Anna

Qui trovate il link con la relazione della via: VIA DEL VECCHIACCIO con variante AQUILOTTI 72

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