Ritorno a Stallavena, ritorno nella storia

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Una delle guide di Stallavena, scritta del Beppo Zanini nel 1987.

Ieri con Anna, tra un cose e l’altra, abbiamo fatto tardi e alle 16.30 siamo partite alla volta della falesia di Stallavena. Per sfruttare al meglio il pomeriggio che rimaneva eravamo indecise sulla destinazione: doveva essere un posto velocemente raggiungibile per entrambe, insomma al centro tra est e ovest. Era inutile cercare di evitarla… se davvero volevamo fare qualche tiro l’unica da scegliere era Stallavena, chiamata anche “Stallaunta”, e qua capite perché non volevamo andarci. Ora spiego.

Stallavena è la prima falesia nata nel veronese, frequentata già alla fine degli anni ’30! Poi negli anni ’80-’90, con lo sviluppo dell’arrampicata libera, ha avuto il suo boom. Dunque la storia non gli manca… e di conseguenza anche le prese parecchio unte. Mettiamoci poi che l’arrampicata sportiva si è ulteriormente sviluppata, vedendo sorgere una miriade di altre falesie dove compare, attenzione, anche il settimo e l’ottavo grado… Stallavena, da essere la regina, è diventata la Cenerentola. Chi corteggia la prestazione probabilmente ci metterebbe piede solo per far scalare la morosa la prima volta.
E comunque, se si vuole un po’ esplorare il territorio veronese, vedere altri e nuovi stili e fare in generale esperienza, spostarsi verso altre falesie è fisiologico. Anche noi infatti non ci mettevamo piede da anni. Gli ultimi ricordi di me lì risalgono a quando ci andavo con parecchi cordini e moschettoni di troppo, perché “se si è su roccia non si sa mai”, anche in falesia; quando poi ho cominciato a scalare in montagna ho relativizzato l’ambiente “falesia”, riducendo anche il materiale. Di tempo ne è dunque passato parecchio!

Eppure ero eccitatissima al pensiero di riscalare alla benamata Stallaunta! Perchè sentivo dentro che avremmo colto interessanti considerazioni e belle conferme. E così è stato.
Tornare a Stallavena è stato un viaggio nel tempo, non abbiamo scoperto novità eclatanti, eppure ora ci sentiamo più protagoniste della nostra personale attività arrampicatoria.


La testa e i muscoli

Come via di riscaldo ho scelto Dulfer. Quanto la temevo anni fa! È una via che si sviluppa lungo una fessura che diventa cieca sotto un tettino da superare o a destra o a sinistra. Ogni volta che arrivavo sotto il tettino non riuscivo mai a superarlo, per due motivi. Il primo era la testa: sebbene sotto i tettino le prese fossero molto buone, il fatto di dover buttare sedere e schiena in fuori mi mandava in tilt, stare in posizione “placca” sarebbe stato psicologicamente molto più facile! E il secondo motivo erano i muscoli: per uscire dal tetto a sinistra le prese non sono così intuitive, e dover stringere tacchette mi creava molto affaticamento muscolare, in più dovevo stringerle esposta al vuoto… motivi che bastavano a farmi fare un piacevole resting.

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Una delle prime volte che arrampicavo (si vede dalla faccia??), a Stallavena!

E ieri come si sono comportate queste due componenti? Dopo qualche anno di scalata in Dolomiti, i movimenti esposti nel vuoto, quelli scimmieschi per vincere un tetto… non mi hanno dato nessun tipo di problema.
E i muscoli? Ieri su quei passaggi hanno risposto in maniera efficientissima. È perché ho fatto trave? Pan Gullich? No, non mi sono mai allenata in maniera sistematica, però una cosa essenziale l’ho fatta: ho continuato a scalare regolarmente, in questi quattro anni, con le dovute pause e con i periodi più o meno rilassati, non ho mai smesso.
Quello che ieri ho scoperto è che se su Dilfer oggi mi trovo a mio agio è perché sono andata lenta, senza accorgermene ho costruito un percorso completo, sia di testa che di costruzione muscolare.
Credo che se, dopo i primi tentativi falliti di salire in libera Dulfer, mi fossi messa a fare trazioni, avrei bruciato delle tappe fondamentali per far mia e conoscere a fondo quest’attività. Seguendo infatti un percorso lento ma costante ho avuto la possibilità di fare errori, capirli, correggerli, evitarli e poi crescere, solo poi crescere. E ancora ho avuto la possibilità di scalare su tipi di roccia differenti, fare esperienze di scalata diverse, stringere svariati tipi di prese, scoprire i movimenti che il mio corpo faceva, riconoscerli, interiorizzarli e riusarli a comando. Tutte cose che non si imparano in un mese di trave; certo, se il mio obbiettivo fosse stato solo lavorarmi Dulfer per la libera non farei questo discorso… ma il mio obbiettivo era imparare a scalare in generale. Obbiettivo sempre comunque relativo, perché, paragonata a uno che fa anche solo il 7a, io praticamente sulla roccia non mi so muovere!

Lo stile delle falesie
Poi ci siamo spostate su Ciabatta Pazza, una via che parte dritta, poi si sposta a sinistra, supera un tettino, sopra questo fa un traverso aereo a destra e arriva in catena. Insomma non è certo una via concepita a “goccia d’acqua”… e come movimenti sembra di essere in Dolomiti; non per niente è stata chiodata dal basso da, sembra, Milo Navasa, quindi siamo circa negli anni ’50-’60.
Ci siamo accorte subito della differenza di stile, o meglio dell’evoluzione che lo stile della chiodatura ha avuto: la linea di Ciabatta Pazza vuole arrivare in cima, e non le interessa arrivarci per la direttissima; piuttosto lo fa dai punti in cui si può passare, anzi, in cui si poteva passare con l’attrezzatura di quegli anni; e all’apritore probabilmente non interessava il grado che ne sarebbe uscito, piuttosto solo un buon risultato finale. Ecco dunque che ne viene fuori una linea elegante e sinuosa, diversa dalle linee che, mi sembra, vengono concepite oggi: belle dritte e chiodate dall’alto, magari già con un grado supposto.

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Il Beppo Zanini su Ciabatta Pazza (le ha dato lui il nome) nel 1977, ha le scarpe da ginnastica, un po’ de “ciodi ruseni” attaccati all’imbrago e una staffa che penzola giù!

Con questo discorso non voglio criticare lo stile a cui si è giunti oggi (sempre che le mie elucubrazioni siano corrette!), piuttosto commento l’evoluzione che mi pare di aver percepito. In questi quattro anni ho scalato in diverse vecchie e nuove falesie, e in montagna, assorbendo lo stile anche di questa scalata. Vedendo Anna salire Ciabatta Pazza mi è sembrato di cogliere un’arrampicata proprio “stile montagna”, quindi logica e sinuosa, ben diversa dall’arrampicata a cui siamo abituati nelle falesie più moderne. Con Anna abbiamo addirittura osato pensare che su questa via, fatta di tettucci e traversi esposti, un falesista tout court, anche magari con un grado elevato, potrebbe trovarsi davvero a disagio, soprattutto pensando alle volate.

L’eccitazione iniziale per il ritorno a Stallavena ha svelato i suoi motivi: c’è molto da imparare e molto su cui riflettere. Ripeto, niente di nuovo! Eppure le considerazioni fatte sono nuovi tasselli che vanno a comporre il bagaglio esperienziale mio e di Anna.
Tornare a Stallavena ne è valsa la pena. Lo consigliamo anche ai climber molto navigati!

Vorrei fare infine una menzione speciale al Beppo Zainini, instancabile chiodatore e richiodatore di Stallavena, nonchè detentore di moltissime informazioni interessanti! Che ci ricorda come ci si comporta a Stallavena con questo Memento 😉 (preso dalla guida in foto all’inizio):

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AUTRICE: Mariana Zantedeschi

Un pensiero su “Ritorno a Stallavena, ritorno nella storia

  1. Massimo Bursi

    Fantastica foto del Beppo.
    Impietosa analisi sulla vecchia signora veronese: malgrado i continui corteggiamenti delle nuove generazioni di giovanotti si difende abbastanza bene e non è poi così unta come la descrivi…

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