“OGNI RINUNCIA È UN SOGNO POSTICIPATO”

E’ un concetto che Simone Moro ha ripetuto diverse volte, e l’ultima dopo il successo al Nanga Parbat. Riascoltarla pochi giorni fa mi ha rincuorato, e fatto riflettere, infatti è per me, e per lo scialpinismo, “tempo di rinunce”.

Non è più inverno, quando con bollettino valanghe 3-4 si stava direttamente a casa, e non è ancora del tutto primavera, quando più o meno si è più sereni; sono questi giorni transitori, le condizioni sono migliori e in miglioramento, ma ancora non si può stare del tutto tranquilli.

Racconterò qui alcuni episodi di rinunce scialpinistiche, vissuti in prima persona in questi giorni. Lo faccio per dar valore alla rinuncia. Forse è solo un modo per consolarmi, perché, non nascondiamocelo, per quanto giusta sia, è sempre un po’ triste. Oppure perché ha valore davvero, e pochi lo dicono.

1° episodio

È un giovedì, da quattro giorni non nevica, e la meta mia e di quattro altre amiche è la cime di un monte dietro casa, sono così baldanzosa che quasi mi convinco che bastino pochi giorni di sole per assestare la neve… ovvio che sarà un successo!

Si accodano a noi tre raggazzi, più Giuliana, una veterana dello scialpinismo, ed averla con noi è un onore. Saliamo fino ad un malga, da lì bisogna attraversare e raggiungere un colletto da cui si accede ad un vallone che porta in cima. Già attraversando il pendio con le ragazze decidiamo di distanziarci, poi arriviamo al colle dove sono fermi i ragazzi. Ci guardano e ci interpellano: “Voi cosa fareste?” indicando il vallone. Guardiamo, e a una prima occhiata la situazione non ci convince, ci sono accumuli un po’ ovunque, un pendio che notoriamente svalanga e, non da ultimo, noi siamo tanti. Comincia uno scambio di opinioni: “Noi passeremmo di là! Dove è spelato” (i ragazzi), “Ma la non è spelato, quelli sono mughi sommersi!” (noi), “Oppure di là!” (i ragazzi), “Sotto quel muro? No, non mi sembra il caso” (noi), “Io voglio solo salire!” sentenzia infine uno di loro, e mentre si incamminano verso il vallone noi rimaniamo perplesse.

Le possibilità sono: o seguirli valutando di volta in volta il terreno o semplicemente fare dietro front e puntare ad una cima lì vicino, più classica, ma sicura. Decidiamo per la seconda e voltiamo i tacchi. Tornando indietro incrociamo un amico che sta salendo anche lui: “Tutte ragazze? Uau! Ma tornate indietro?”, “Sì abbiamo valutato che non è sicuro, eravamo in tanti”, “Ma è sicurissimo! Se volete vi ci porto io, mi seguite e vi porto su pian piano, ah ma c’è anche la Giuliana! Ma allora poteva portarvi su lei!”, allora un po’ sbotto: “No, non è che non potevamo andare sole, siamo venute da sole! Ma abbiamo valutato che per noi non è sicuro”.

Prendiamo il nostro pendio e dopo un’ora siamo in cima, davanti a un panorama stupendo! Spelliamo veloci e dopo la foto di rito ci buttiamo giù a capofitto, la discesa è lungo una pala infinita, appagante!

Da su si vedeva la cima mancata, e anche la traccia di salita e discesa dei ragazzi e del mio amico. Oggi è andata bene, non si è staccato nulla. Avevano dunque ragione loro, o forse, è tutto filato liscio perché erano solo in tre? Nessuno può dirlo, ed è meglio non saperlo. Quello di cui invece sono sicura, e l’unica ragione che rivendico è che la nostra scelta avesse una dignità, non vendibile a un “vi porto su io”.

2°episodio

Solo due giorni dopo sono con il mio ragazzo e suo fratello all’Alpe Devero, in Val Formazza (Piemonte). Un posto magico, circondato da una corona di alte montagne bianchissime. Un sogno. Siamo diretti a Punta delle Caldaie, una gita altrettanto magica, perché col suo sviluppo porta fuori da ogni traccia umana e si è soli con il bianco e le vette.

Per un paio di disguidi partiamo tardi e arriviamo ad attaccare il ripido pendio finale sotto la canicola del mezzogiorno, sarà che la punta si chiama Caldaie, sarà che il passo sottostante si chiama Fornaletto… i nomi saranno solo casi ma davvero si moriva di caldo! Davanti a noi c’è un altro gruppo di sciatori, sotto il canale finale cominciano a discutere, vanno avanti, poi si fermano, poi continuano a salire, poi due abbandonano, insomma anche loro sembrano avere le idee poco chiare. Io comincio a sentirmi un po’ inquieta, è vero che il bollettino dava pericolo 2… ma la natura intorno a me è così silenziosa e misteriosa… mi mette proprio soggezione, e non riesco a valutare bene le condizioni del manto. Arrivati al punto dove ci saremmo dovuti togliere gli sci per continuare con i ramponi ci fermiamo e facciamo il punto della situazione, è tardi, fa caldissimo, siamo tanti, il canale finisce con una cornicetta che non è ancora caduta… cosa ci manca per essere felici? Solo la spunta alla cima in realtà… perché il pendio sciabile è esattamente sotto di noi e il panorama ce lo abbiamo già davanti agli occhi, dunque possiamo tornare indietro, e così facciamo.

Tuttavia riguardo la mia Punta delle Caldaie a malincuore, la mattina ci avevo proprio creduto! Io volevo arrivare in cima! Però qualcosa ci aveva fatto decidere che era meglio accontentarsi. Tutt’ora non so se potevamo rischiarla o meno… chissà, un interrogativo che non ha risposta. La cosa certa però è che ho davanti a me un milione di altre cime che mi aspettano per essere salite!

Simone Moro dopo la spedizione invernale al Nanga Parbat ragiona molto sul valore della rinuncia, e dice che se può vantare ben 54 spedizioni alle spalle… è perché ha saputo avere pazienza, ha aspettato le condizioni migliori, ha saputo ritirarsi, tutte rinunce per… per avere ancora tempo di coltivare i suoi sogni: “La paura è una virtù non un limite, non è da sfigati avere paura!” dice. Al minuto 3.18 potete ascoltare la sua riflessione completa, paragona la vita ad una saponetta :-), simpatica metafora… ma quanto azzeccata!

http://bit.ly/22fspRS

Mariana

Foto di Giuliana Steccanella, Giovanni e Francesco Avesani

8 pensieri su ““OGNI RINUNCIA È UN SOGNO POSTICIPATO”

  1. Sofia

    Condivido Mari,
    e sono convinta dell’importanza delle sensazioni,
    dell’importanza di ascoltarsi e ascoltare,
    ascoltare l’alpe.
    Grande gita comunque e super sciata!!!!!! yyyyyyyeeeeppaaaahh!!!

    "Mi piace"

    Rispondi
  2. carlo

    mi intristisce un po’ pensare che ci sia ancora bisogno di “giustificare” una rinuncia; e se Santo Moro non avesse fatto la citazione allora la cosa sarebbe stata meno degna? o da pusillanime?
    Ovviamente capisco che il senso del post sia vagamente più tridimensionale ma non mi piace anche solo pensare che tutto si riduca ad aver o meno raggiunto una cima, cosa è una cima? nulla.
    E’ l’esperienza in se che va valutata nel suo insieme ed allora anche tornare indietro diventa una valutazione difficile che accresce il bagaglio personale, di certo non lo sminuisce.
    bel post! invidia per le belle sciate!

    "Mi piace"

    Rispondi
    1. 4810mdiblbablabla Autore articolo

      Ciao Carlo!
      Grazie del commento, hai ragione, anche senza le parole di Simone Moro la rinuncia ha un valore, ed ora verrebbe quasi voglia di togliere quei paragrafi! 😉
      Però sono parole ispiranti, e trovarle in giro sui media è un ripasso ad un concetto che si spera sia già in noi ben radicato.
      Saper rinunciare è difficile, e lo è ancora di più quando il mondo attorno a te grida il contrario, è un po’ andare controcorrente. Sapere che c’è altra gente che la pensa così rinforza la difficile decisione! Dunque grazie di aver scritto, e grazie per l’ulteriore spunto… che la cima non è nulla!

      "Mi piace"

      Rispondi
  3. Zeno Benciolini

    Personalmente penso che nel praticare l’alpinismo, o si impara a rinunciare, o non si vive a lungo.
    La montagna è bellissima, ma è immensamente più grande e più forte del più forte degli alpinisti. Puoi anche fare la Nord dell’Eiger in 2 ore e qualcosa, ma sei sempre un uomo (o una donna!) che si confronta con una montagna. Se di fronte ad un pendio instabile non cambi strada e te lo tiri addosso, puoi essere chi vuoi, ma se ci resti sotto sono cavoli.
    Il bello del primo episodio è che mette in risalto l’autonomia decisionale. Fare delle scelte, decidere consapevolmente con la propria testa, vale mille volte l’andare dietro a qualcun altro, delegando.
    Il fatto che alla fine altri abbiano affrontato il pendio e questo non si sia mosso, non toglie nulla alla dignità di chi ha deciso diversamente. Perché una sola volta di troppo, è già troppo.

    Ma parlando di rinuncia nella mia esperienza personale, prima ancora delle tante volte che sono tornato indietro di fronte ad un pendio che ritenevo insicuro, o ad una parete al cui cospetto non mi sono sentito all’altezza, mi viene oggi in mente una rinuncia molto più generale che ho fatto ormai da anni.
    Sì, perché sono diversi anni oramai, che il mio lavoro e la mia famiglia riempiono circa il 96% del mio tempo. Quello che rimane è decisamente troppo poco per fare dell’alpinismo minimamente impegnato.
    L’alpinismo, e in particolare l’arrampicata su roccia, richiedono una dedizione ed una continuità che oggi io non sono più in grado di mantenere.
    Il tempo in cui la montagna riempiva i miei pensieri, quando primavera voleva dire scialpinismo, l’estate Alpi Occidentali e poi Dolomiti, l’autunno Valdadige e Valle del Sarca e l’Inverno colate ghiacciate, gli anni in cui verso il tramonto si saliva al fortino o ad Avesa per allenarsi, in attesa del fine settimana per andare in montagna, bene, quel tempo è quello che io chiamo “la vita di prima”, ed è una vita a cui ad un certo punto ho rinunciato.
    Ricordo che un mio vecchio amico rimase contrariato quando usai quel titolo “vita di prima” per un album di vecchie foto nel mio profilo facebook.
    Però io quel titolo non l’ho cambiato, perché amo la mia vita di oggi quanto quella di prima, per quanto così diversa. E perchè mi ritengo molto fortunato ad avere una seconda, meravigliosa vita, perché 2 è meglio di 1.
    Potrebbe anche arrivarne un giorno una terza: a qualcuno è capitato, ma io non ci penso troppo e per ora mi godo quello che ho.
    E poi qualche capatina in montagna la faccio lo stesso e se anche non è l’amato Monte Bianco, mi rende sempre felice 😉

    "Mi piace"

    Rispondi
    1. carlo

      ciao zeno hai toccato un tema penso sentito da molti.
      la montagna dà tanto ma toglie anche agli affetti, al lavoro, ai propri interessi che non siano meramente “alpinistici”, sia per le gite classiche del weekend con le varie notti in rifugio le partenze antelucane ed i ritorni con le frontali, sia tutti i giorni per via dell’allenamento spartano, ossessivo, la dieta, l’arrampicata sulla plastica quanto più possibile, la corsa, e poi gli itinerari e le mappe la sera tardi al pc. difficile tenere tutto in mano e prima o poi la vita ti fa scegliere.
      mi ritrovo molto nelle tue parole e nella tua conclusione, talvolta mi va stretta, quando mi manca il freddo sulla faccia e magari sono seduto alla scrivania, spesso penso limitarsi ad una sola “ossessione” ancorchè sana come la montagna sia un po’ limitante. lancio lo spunto per parlarne magari su questo blog …. 🙂

      "Mi piace"

      Rispondi
      1. 4810mdiblbablabla Autore articolo

        Ei gente ma qua si scrivono cose interessantissime! mi sa che dovremo fare un altro articolo per raccogliere anche questi spunti… davvero la parola “rinuncia” può avere tante sfaccettature e significati, e l’esperienza di Zeno con le riflessioni di Carlo sono davvero molto stimolanti! Tanto è vero che di questi argomenti con le amiche e i morosi se ne discute molto… vale allora la pena scriverne ancora 😉 keep in touch!

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...