La memoria storica: l’alpinismo insegna

AngevilleQuando Henriette d’Angeville, primo vero esemplare d’alpinista di genere femminile, salì sulla cima del Monte Bianco, nel 1838, aveva 44 anni. Era una bella età per la percezione sociale dell’epoca, a maggior ragione trattandosi di una donna che a rigore avrebbe potuto essere addirittura nonna. Ma sono sicura che la contessa ginevrina si sentisse perfettamente a proprio agio nella sua pelle di “sportiva senza età”, così come immagino lo fosse pure l’americana Meta Brevoort, zia e mentore di William Coolidge, quando pianificava di salire per prima il Cervino, a 46 anni – e chissà quanto dovette bruciarle venir preceduta dalla britannica Lucy Walker, che glielo soffiò sotto il naso. Più giovane, la Walker, ma longeva: fu eletta presidente del Ladies Alpine Club la prima volta a 74 anni e poi una seconda tra i 78 e gli 80!

Le mie incursioni nelle pieghe della storia dell’alpinismo femminile mi hanno aperto un po’ alla volta la vita di queste pioniere che, senza nulla togliere alle grandi interpreti dell’alpinismo del Novecento, emanano un fascino senza pari. È il fascino della “prima”, perché tutte loro hanno dovuto conquistare centimetro dopo centimetro il terreno su cui volevano cimentarsi: ben prima che una battaglia ideale per la conquista dei diritti civili, si trattava di riuscire a far vivere il diritto alla propria passione. Passione e piacere gratuito per sé, due parole interdette alle donne, per le quali il sistema corrente aveva coniato soltanto due termini, inequivocabili: dovere e pudore. Dà le vertigini leggere delle costrizioni cui erano sottoposte, a cominciare dall’abbigliamento. E dopo che per decenni il problema fu strizzarsi in giacchette attillate e trascinare, su impervi pendii o sui ghiacciai, pesanti gonnoni, magari fradici e gelati, pare impossibile che a una distanza temporale relativamente breve oggi sia per noi scontato disquisire di tessuti tecnici e linee ergonomiche studiate per il corpo femminile, atte a favorirne i movimenti e la progressione in montagna.

A ben pensarci infatti il 1882 è dietro l’angolo. Fu l’anno in cui la socia del Club alpino torinese, la contessa Palazzi Lavaggi, da par suo non più giovinetta e che aveva salito l’Etna, oltre a vari tremila, alcuni in prima ascensione, si era conquistata l’autorevolezza necessaria per tenere una conferenza in cui magnificava i benefici che la donna avrebbe tratto dal camminare in montagna: «Forse che la costituzione nostra non ci permette questo esercizio?», declamava a un uditorio perlopiù maschile, che presumiamo esterrefatto. «Necessariamente bisogna essere forti per sopportare una lunga fatica, e la forza in generale si nega alle donne. Ma chi oserebbe parlare di debolezza, quando si rifletta che esse hanno pur la forza di sostenere la fatica di tutta una notte di ballo, in mezzo ad una atmosfera viziata, strette in abiti tutt’altro che comodi? Non potranno quindi sostenere e resistere alla fatica delle escursioni alpine, allorché esse aspireranno a pieni polmoni l’aria pura e vivificante della montagna?». Fu proprio la contessa torinese a ispirare a Edmondo De Amicis il sorprendente Amore e Ginnastica, romanzo breve in cui una moderna e risoluta maestra combatte i pregiudizi per insegnare educazione fisica alle sue allieve.

Che c’entra tutto ciò, direte, con la pratica sportiva in età “over”? C’entra con il gusto, assai speciale, di fermarsi a riflettere sui cambiamenti, di costume e di percezione. È normale per noi, figlie delle conquiste del Novecento, fare sport ed essere padrone del nostro corpo. Ora, come le attrici cinematografiche che rivendicano il diritto a proporsi sul grande schermo con i segni del tempo incisi sul volto, anche noi sportive, agoniste o meno, stiamo spostando l’asticella del nostro limite – di età, di consapevolezza e di possibilità, più che di potenza. È un processo naturale. Benché, se ci pensiamo, niente affatto scontato. Neppure negli anni 2.0. Quando basta uscire dai confini protetti (per ora) del nostro Occidente, varcare il Mediterraneo, ed eccoli lì gli Stati che impongono la Sharia, legge islamica che nega tutto alle donne, salvo il dovere di esistere per procreare e sottomettersi; oppure, un po’ più giù nel continente africano, dove ancora resiste la terrificante e barbara usanza delle mutilazioni genitali femminili. Pare proprio che il linguaggio della Dea, come lo trasse dall’oblio ed esemplificò l’archeologa Marija Gimbutas, sia rimasto circoscritto ai tempi preindoeuropei della cultura neolitica.

Noi, qui, oggi, possiamo però muoverci e acquisire esperienza consapevole sul piano del fare, con l’obiettivo di ritrovare armonie perdute, o di scoprirne di nuove.

Linda Cottino – in Silvia Metzeltin, Donne sportive senza età, 2015 (per chi volesse approfondire l’argomento leggendo il libro di Silvia può scrivere una mail a silviametzeltin@gmail.com)

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