C’è dunque alpinismo di ricerca dentro LA CENGIA?

Vista sulla Cengia del Bruno

Non ricordo dove per la prima volta avevo sentito parlare della Cengia. Forse da Federico, che ci aveva portato i ragazzini dell’Alpinismo Giovanile, oppure dal Luc… sta di fatto che la cosa appariva affascinante.

Federico nel spiegare cosa fosse non si faceva capire (poi ho capito che è proprio la Cengia che non si può spiegare!), il Luc invece la decantava come un fantastico trip “alpinistico-mentale”. Non c’erano relazioni pubbliche, l’unica era in possesso dell’apritore, tal Bruno, leggendario personaggio dell’alpinismo veronese.

La descrizione di Federico era criptica: «Vai con la corda singola, c’è artificiale, cammini, ci sono più punti d’entrata/vie di fuga, c’è un baratro costante, non cercare di farla in libera, ti scoppia la roccia tra le mani…» – «Ma è arrampicata?» – «Non propriamente…» – «Ma di che cavolo stai parlando??». La descrizione del Luc era come al suo solito esaltante, ma non più chiara: «E’ un trip fotonico, lunghissima, ci metti due giorni a farla! Bivacchi dentro… spettacolare, spettacolare… falla falla, vedrai vedrai…». Punto a capo. Non riuscivo a inquadrarla.

Erano descrizioni che mi suscitavano immagini confuse. Quando poi mi sono imbattuta in alcune foto, e la rappresentazione interiore si è modellata su quella reale, ho capito che il tutto aveva davvero un chè di affascinante. La Cengia è allora diventata un assillo. La volevo fare.

Ho cominciato a cercare e reperire informazioni più precise.

La Cengia Bettio-Tedeschi (dai cognomi degli apritori) è una cengia lunghissima, si sviluppa sotto il versante occidentale dei Monti Lessini e sopra la Val d’Adige, in bilico tra due mondi. A volte si cammina lungo una stretta striscia di terra friabile proteggendosi sugli alberelli, a volte si incontrano passaggi esposti e questi sono protetti da uno o due spit; quando invece i passaggi sono addirittura espostissimi si affrontano in artificiale, attaccandosi bellamente ai rinvii. Sotto c’è un costante baratro di almeno 60 metri. La Cengia si può spezzare in diverse sezioni, perché è intervallata da alcuni canaloni da cui si può eventualmente risalire o entrare: fate vobis, ma se si ha tempo vale la pena percorrerla in due giorni, con bivacco su un morbido praticello pensile.

Studiata per bene è cominciata l’esplorazione, prima con il Red, poi con gli impavidi ragazzini dell’Alpinismo Giovanile, poi con il mio ragazzo. La sto spezzando e il bivacco l’ho rimandato. Pace.

Pezzo camminato-pezzo franato

Dopo tre volte ho compreso che le condizioni sono sempre particolari: se il giorno prima ha piovuto ogni passo crea un frana di foglie di faggio e terra bagnata, se invece non è piovuto la frana sarà asciutta. Se poi vi ritenete delicati come farfalle… qui capirete che è tutto relativo: a chiunque capiterà di scagliare accidentalmente sassi nel baratro (ah, forse non l’ho ancora detto… la roccia è davvero marcia!). Ogni pietra su cui poggerete il piede è una falsa amica, i veri amici qui sono i fili d’erba, ancoraggi dalla solidità sorprendente.

La prima volta è stato un po’ scioccante: il pezzo iniziale è una “semplice” camminata e più o meno il posto per i piedi c’era, ma il baratro stava costante lì a guardarmi! Procedevamo in conserva e non lesinavo le protezioni, anzi! Ogni piè sospinto allacciavo un buon cordino a un alberello (e dietro il Red a scalpitare), poi pian piano sono entrata nella modalità-cengia e allora (con grande gioia del compare) ho cominciato ad andare più spedita. Camminavo sull’attenti per non buttare giù troppi sassi e per appoggiarmi a quelli giusti, la terra franava, i sassi cadevano, il baratro mi scrutava, gli alberelli erano lontani… sembra la descrizione dell’apocalisse? In effetti mi stavo chiedendo che razza di percorso fosse!

emmm...

Procedendo mi facevo delle domande: “Ma perché Bettio e Tedeschi, che si dice abbiano aperto vie d’arrampicata leggendarie e vissuto avventure al limite… si sono messi ora ad attrezzare un percorso che all’apparenza di estremo non ha nulla? Che sembra una ferrata nata male? Dove non si procede né su terra né su roccia? Che non è carne né pesce? Dove tutto sembra illogico?”.

ta daaan!!  Uno scorcio della Cengia

ta daaan!!
Uno scorcio della Cengia

Intanto eravamo giunti a uno spigolo roccioso che ci chiudeva la vista, lo abbiamo aggirato e… la rivelazione! La risposta! Per la prima volta abbiamo visto davanti a noi completa la linea della cengia in tutta la sua lunghezza, in tutta la sua logica e in tutta la sua attrattiva. Ora volevo andare avanti, volevo vedere, esplorare, seguire… entrare in quel tunnel!

In un baleno ho trovato la risposta alle mie domande: quello era alpinismo di ricerca! Tante volte mi ero chiesta cosa volesse dire “alpinismo di ricerca”… e ora ne avevo un esempio lampante davanti agli occhi (l’ho interpretato così, e forse sbaglio, e sarei contenta di capirci qualcosa in più): dopo aver fatto e sperimentato tanto, l’alpinista che “cerca” vede una linea o un qualcosa che lo attira e va a esplorare, cosa ne verrà fuori? Non lo sa, va appunto a ricercare una risposta, un modo per passare, dei nuovi mezzi per progredire, un modo per uscire, per muoversi, per non ammazzarsi.

meglio un rinvio afferrare piuttosto che dal baratro farsi mangiare!

Bettio e Tedeschi hanno trovato la via. Ricercavano un senso da dare a questo biscio nella roccia e l’hanno trovato! Ne è venuto fuori un alpinismo particolare: orizzontale, un po’ camminato e un po’ no, un po’ con gli spit e un po’ con gli alberi, in artificiale e mai in libera, un po’ in conserva e un po’ assicurato, lungo o corto, fuori dal mondo, sospeso, avventuroso e vario. I due, cercando, hanno trovato queste cose.

Cucù! Tanto attrito fai? Meglio far sicura dai!

La Cengia è un mondo con dentro tanti elementi, ora capivo le parole di Federico e perché il Luc la decantava come nuova frontiera… la Cengia è alpinismo fatto e teorizzato. Una rivelazione.

Mariana

ps: se non ci avete capito nulla andate a farla e se invece avete capito tutto andate a fare una via a spit!

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