LIFE IS A GIFT – gli imprevisti segnano e insegnano

luglio 2013 - Gran Paradiso con Anna

luglio 2013 – Gran Paradiso con Anna

Life is a gift” una frase stupenda che ho trovato scritta su una bandierina piantata nella neve
la prima volta che sono salita sul Gran Paradiso con Anna. “Ti ricordi?”

Mi ha colpito leggerla allora e mi colpisce oggi ricordarla. Leggete per capire perché!!

Forse è arrivato il momento di scrivere, per me o per gli altri non lo so ancora. Intanto scrivo dell’avventura/disavventura sul ghiacciaio del Gran Paradiso con gli sci. Scrivo, non per raccontarvi la gita in sé, i fatti, il percorso … ma per raccontarvi come ho affrontato certe difficoltà da donna, come queste mi hanno segnato e che voglio ri-legarmi alla corda.

Due sono stati i momenti cruciali del giro: il primo quando sono caduta dentro ad un crepaccio perché il ponte di neve ha ceduto e l’altro quando ho dovuto passare una notte dentro ad un buco scavato nella neve a 2700m.

verso il rif. Chabot

verso il rif. Chabot

Alla partenza ero felicissima ed emozionata perché avrei fatto la mia prima salita in invernale su un ghiacciaio. Mi dava l’idea di selvaggio, avventura totale e magia. Ma cosa vuol dire veramente fare una gita in invernale l’ho capito solo strada facendo o meglio “sci pellando”. Invernale significa che potresti non incontrare nessuno, ma proprio nessuno, lungo tutto il tragitto che magari in primavera è super frequentato; significa che potresti non vedere nessuna traccia (questo non preoccupa sulle montagne di media quota, ma su un ghiacciaio le cose cambiano); significa che i crepacci sono coperti dalla neve, per cui meno evidenti e di conseguenza più pericolosi; significa che davanti alla porta del rifugio invernale puoi trovare un cumulo di neve che devi scavare con la pala per entrare. Invernale significa che hai meno ore di luce per fare il giro, per gestire imprevisti e più ore di buio; significa che quando non c’è la luce del sole diretta il freddo è mooooooolto più freddo di quello a cui siamo abituati su un ghiacciaio in primavera. Significa anche che lo zaino pesa di più.

Questo vuol dire invernale. Questo è quello che ho vissuto e imparato.

cima del Gran Paradiso e Schiena d'asino alla sua destra

a sinistra cima del Gran Paradiso e Schiena d’asino alla sua destra

Per farvi capire meglio, vi do alcuni dati sul giro che io e Javier, insieme, abbiamo scelto dal libro “Orizzonti bianchi”. Tour del Gran Paradiso che la relazione dice fattibile in giornata 9 ore. Noi avevamo pianificato di diminuire le tempistiche dormendo nella parte invernale del rifugio Chabod e non facendo la cima: arrivati alla Schiena d’asino (3700m circa) siamo scesi verso il rif. V. Emanuele e poi direzione Vallone del Gran Etret, passando per la base della Becca del Monciair.

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La salita fino alla Schiena d’asino in sé non è difficile, ma ovviamente dipende dalla neve che incontri. Javier ha battuto la traccia per quasi tutto il tempo, tranne alcuni pezzetti in cui l’ho fatto io per dargli il cambio. Per due volte ci siamo dovuti togliere gli sci e mettere i ramponi perché il pendio era ghiacciatissimo e molto inclinato (immaginate già la scena di questa manovra con l’ansia che partisse via uno sci).

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OLYMPUS DIGITAL CAMERASiamo quasi all’uscita sulla Schiena d’asino, manca pochissimo, l’ultimo tratto da salire con i ramponi. Tenere gli sci lì era impossibile, il pendio e il ghiaccio non lo consentivano. Proprio in questo punto, un ponte di neve su un crepaccio non mi ha tenuto finchè lo attraversavo; Javier invece, passato per primo, lo ha saltato tuffandosi un po’ e piantando bene la picca dall’altra parte. La sua esperienza e bravura hanno fatto sì che, mentre lo passavo io, lui tenesse la corda tesa e fosse pronto a gestire un eventuale mia scivolata.

“Javiiiiiiiii aiutoooooo! Sono caduta dentro!!”.

Avevo fuori solo le braccia aggrappate alla piccozza, tutto il resto dentro, penzolante nel vuoto. Il bordo del crepaccio, a campana, si apriva sempre di più ad ogni mio tentativo di uscire e sotto si sgretolava qualsiasi cosa su cui cercassi di appoggiare i piedi per darmi una spinta (per fortuna avevo i ramponi ai piedi e non gli sci, sarebbe stato molto peggio). Tutto ciò che facevo sembrava essere contro di me e, con le gambe penzolanti nel vuoto, pensavo alla mia fine. Pensavo ai miei genitori e che la mia grandissima passione per i ghiacciai si sarebbe trasformata in una delusione e tragedia per loro. Mi sarei trasformata io in una delusione per loro morendo qui dentro.

Sì, avevo tantissima paura di morire!!!!

Sotto di me la voragine profondissima si apriva sempre di più e diventava sempre più chiara e vertiginosa.

“Magicamente” direbbero alcuni e la mia fede invece mi fa dire “qui Dio ci ha messo del Suo”, sono riuscita a piantare un rampone su un pezzo che non si è sgretolato subito e così sono riuscita a saltar fuori, anche se a valle della crepa: “Oh no devo riattraversarla!”. Nonostante fossi assalita dalla paura, dovevo restare lucida e forte il più possibile e così è stato. Mi sono tuffata e affidata al mio compagno di cordata che mi recuperava man mano in questo passaggio.

Ecco, questo imprevisto ha tolto tempo e di conseguenza luce alla gita. Questo e altri, come per esempio metti e togli i ramponi per due volte, l’attacchino dello sci si era ghiacciato e non rimaneva attaccato allo scarpone, neve difficile in alcuni tratti, la relazione diceva “tolte le pelli cominciare la discesa….fino al parcheggio” altrochè discesa: un continuo sali-scendi su neve pesante che non ti faceva andare avanti nemmeno se prendevi velocità. Per cui metti e togli le pelli altre volte anziché scendere e basta …

… tic tac tic tac tic tac

La penombra avanzava e ci mancava l’ultima discesa, vedevamo già il punto d’arrivo. Ma il rischio di affrontarla con il buio in arrivo era alto: si intravedeva per dove dovevamo scendere, però c’erano salti rocciosi pericolosi da evitare. Le condizioni di discesa pertanto erano molto pericolose dato l’avanzare del buio. Erano le 18.30 e io, con una enorme stanchezza, soprattutto psicologica, dopo tutto quello che ho dovuto affrontare, e paura ho insistito per chiamare il Soccorso Alpino. Volevo almeno che sapessero che noi due eravamo lì e avere un consiglio sul da farsi: ci hanno caldamente consigliato di non scendere l’ultimo pezzo se non avessimo saputo esattamente dove passare, perché molto rischioso.

Abbiamo perciò dovuto scavarci un buco nella neve e passare la notte (12 ore) lì dentro all’addiaccio prima che l’elicottero ci recuperasse. Quelli del soccorso ci hanno comunque sconsigliato di affrontare l’indomani la discesa con gli sci dopo aver passato una notte in quelle condizioni.

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Anche in questo momento non potevo mollare, dovevo stringere i denti e tirare fuori le mie forze residue per sopportare il freddo e la paura di morire congelata dentro ad un buco a 2700m!!!!

ecco con cosa abbiamo creato il nostro

ecco con cosa abbiamo creato il nostro “materasso”

Ci siamo messi a scavare per un metro circa di profondità – questo mi scaldava – e poi abbiamo ricoperto il fondo del buco con tutto quello che avevamo: sci, corde, imbraghi, guanti di scorta, zaini svuotati, sacchetti dei ramponi, pelli, telo termico, ecc. Ci siamo sdraiati e sopra avevamo un sacco a pelo per fortuna.

L’equipaggiamento ci ha salvati, quanto è importante fare bene lo zaino!!!!!!

Per tutto il tempo continuavo a guardare le lancette dell’orologio che si muovevano troppo lente per i miei gusti, ci massaggiavamo le gambe a vicenda, ci tenevamo le mani per “scaldarcele”. C’era molto freddo, soprattutto quando arrivavano le raffiche di vento gelate e che ci depositavano la neve sopra al sacco a pelo. Continuavo a parlare per stare svegli (e questo per fortuna è un mio punto di forza!! Bla bla bla!!).

Ore 7.00: ecco il rumore dell’elicottero e solo in questo momento ho cominciato a rilassarmi un po’, prima non potevo, se no era finita. Dovevo essere forte e dare tutto quello che potevo; ce l’ho fatta!!

Ci hanno portati al pronto soccorso, solo alcune mie dita con un principio di congelamento (poteva andare peggio).

Questo problema passerà con il tempo, la pazienza e l’aiuto delle medicine; quelle che al momento non stanno passando sono le mie profonde domande e le spiacevoli sensazioni che irrompono ogni tanto nella mia quotidianità del dopo (dis)avventura e che condividerò con voi prossimamente.

La voglia di ritornare, gradualmente, ad andare in montagna c’è. Non sarà facile subito, fondamentali saranno l’aiuto e il sostegno di Anna e Mariana!!

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